IO, EX LAVORATRICE AL C.A.R.A.

di Antonella Soddu
“Voglio parlare, dire la mia.Voglio farlo, dopo aver visto la tenera e allo stesso tempo drammatica immagine di quella bimba migrante in braccio al papà con stretto il mano il suo orsacchiotto. Voglio parlare, dire la mia, per tutti quelli che non sanno e non immaginano eppure condannano, sentenziano, emarginano, in nome di qualcosa che non esiste; il diritto di venire prima degli altri”. Esordisce cosi, A. E. 55 anni, ex dipendente di una cooperativa sociale che fino a 5 anni fa ha lavorato presso un C.A.R.A. del sud Italia. “Non faccio retorica se dico – ho visto cose che voi umani … – oggi sono disoccupata, a 55 anni non è molto facile trovare un lavoro. Quando si esce dal giro ad un età cosi avanzata, allora avevo 50 anni, poi non si più considerati forza lavoro. E alla fine subentrano tante sensazioni contrastanti. Rabbia, delusione, impotenza, a volte anche rassegnazione”. Sentimenti e emozioni che emergono anche attraverso la voce pacata dei A.E., dai sui occhi lucidi quando ricorda la mamma recentemente scomparsa. “Ho perso il lavoro, e non riuscendo più a pagare l’affitto sono dovuta tornare a casa di mia mamma. Abbiamo cercato di aiutarci a vicenda. Poi, cinque mesi fa, mamma è mancata”, s’ interrompe, le lacrime solcano il visto provato di questa donna cui è rimasta ancora la dignità per dire: “Non ho ancora realizzato il dolore, sento solo un grande vuoto. Non chiedo molto, solo aver un lavoro per poter mangiare, pagare le tasse, tornare a casa e poter dormire la notte senza il pensiero fisso che forse domani potrei trovarmi in strada”. Ma A. E. , vuole parlare anche della sua esperienza di lavoratrice al C.A.R.A. e ci racconta che vedendo le immagini di quella bimba che ha perso la mamma, la prima cosa che le è venuta in mente è stata:”Mi sento persa io che ho 55 anni, non oso pensare al pianto di quella creatura che chiama incessantemente “mamy”. A. continua: “La gente a volte mi chiede ‘perché li difendi, portali a casa tua magari lo Stato ti paga un affitto e stai sicura’ . Sono quelle persone che, o non hanno conosciuto nemmeno uno dei mille volti della sofferenza, oppure pensano e parlano di cose che non conoscono”. Le chiediamo di raccontarci quello che i suoi occhi hanno visto: “Gente che arriva qui solo perché una nave li recupera poi vengono smistati come fossero pacchi postali. Sono uomini, donne e bambini come noi. Sa, lei forse non immagina l’enorme giro che ruota intorno a questi centri. Per esempio la cooperativa dove lavoravo io aveva la gestione del centro in subappalto. La cooperativa madre era la stessa che gestiva il più grande centro italiano. Per far quadrare i conti tagliavano su tutto ma sopratutto su quello che doveva andare ai migranti. Le faccio un esempio banale. Ha presente il sapone di Marsiglia, quello per lavare il bucato a mano? Ognuno dei migranti aveva diritto ad un mattoncino di sapone, invece questo veniva diviso in quattro parti. Non bastava. Il cibo era quasi tutti i giorni la stessa cosa, o riso in bianco condito con della margarina: nemmeno burro, margarina. Pasta in bianco o al sugo con ragù. Loro non mangiano carne, perché voler imporgliela? Persino i prodotti per l’igiene intima erano ridotti a meno dello stretto necessario. Per non parlare dei 5 euro al giorno che molti dicono intascano. Fosse davvero cosi! Glielo assicuro. E’ esattamente il contrario. Provate a vivere anche solo una settimana là dentro, chiusi in un posto da cui non sai se uscirai domani o fra un anno, vediamo quanti di noi resistono più di due giorni senza andare fuori di testa. Poi, c’è da precisare una cosa. Etiopi, Siriani, Eritrei, Nigeriani, Somali, loro sì sono liberi di uscire. Dopo tutte le procedure per la richiesta dello status di profugo o di rifugiato possono entrare e uscire dal C.A.R.A. Diversa è la posizione di Algerini, Tunisini e Marocchini. Questi sì andrebbero controllati subito. Specialmente i tunisini spesso sono loro stessi, per esempio, a gettar via i documenti per non esser identificati e in molti casi esser rimpatriati. Ma, mi lasci dire anche che i furbi e delinquenti non hanno una carta d’indentità specifica; sono in ogni dove”. Ascoltiamo A. pensando che non avrebbe motivo per prendere le difese di queste persone. Un pò come molti anche lei potrebbe dire: “La casa prima agli italiani, poi a loro se ne restano”. No, A. dice di non accettare questo genere di discriminazioni: “Io ho perso il lavoro per un cambio di gestione del centro. Sa, come ho detto prima gli interessi son molti, si prende l’incarico a prezzi stracciati, i conti non tornano e quando cominci a chiedere adeguamenti allora basta una telefonata e come per magia il lavoro passa ad un altra cooperativa. Oggi al posto della cooperativa dove io lavoravo c’è una cooperativa che fa capo ad una grossa organizzazione di volontariato. Si lucra anche su questo. Ecco, dovremmo con convinzione protestare per scoperchiare questi coperchi di pentole lucrative. Allora, perché io per mancanza di commesse sono stata licenziata, devo scagliare la mia rabbia su altri esseri umani che colpe non hanno se non quelle di esser nati nel posto sbagliato della terra e di esser arrivati in uno che bene che vada li sopporta ma basta che non li veda?” Siamo precipitati tutti nel vortice dell’intolleranza e, come dice A. E.: “Ieri la nostra situazione economica non la vedevamo traballare, per questo “non ci davano fastidio”. Forse non ci siamo resi conto o non abbiamo voluto vedere arrivare la crisi, per questo gli immigrati, per esempio in spiaggia, nei parcheggi degli ospedali o in quelli dei centri commerciali, ci erano quasi indifferenti. Anzi, io sono certa che spesso in spiaggia, per esempio, li abbiamo pure chiamati: “Mustafà, vieni, quanto costa questo, quanto costa quello?” e in tanti casi abbiamo pure riso a parlar loro in dialetto stretto e/o magari insegnar loro anche qualche parolaccia.” Oggi ci danno fastidio. O forse ci da fastidio prender coscienza di esser intolleranti e spesso senza cuore. Non è buonismo quello di A.E., potrebbe esser cattiva, ma conosce e sa cosa significa la sensazione di esser senza lavoro, senza soldi, con un futuro incerto: “Ma non è su questa povera gente che devo sfogare la mia rabbia”. Cos’altro aggiungere. Ascoltarla in silenzio mentre parlava, vi assicuriamo, lascia un sapore amaro in bocca; pensi a mafia capitale e hai la consapevolezza che fino a ieri tutti sapevano ma conveniva zittire e il “voglio dire la mia” di questa donna, per favore, siano di monito a coloro che lucrano sulla vita umana in qualunque parte del mondo.

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STRESS DA LAVORO

di Antonella Soddu
Ma che è, uno scherzo? Pare che la Regione Autonoma della Sardegna voglia puntare sulla ricerca. Che bello. Peccato che la ricerca riguardi 4 mila dipendenti – della regione – sardi con il posto fisso. Il progetto, in collaborazione con Inail prevede una ricerca sullo stress e rientra nell’ambito di una campagna contro l’estendersi del fenomeno, è stato presentato questa mattina a Cagliari. Sono intervenuti a nome del Presidente Pigliaru – impegnato in quel di Sanluri per il conclave del rimpasto di giunta – il capo di Gabinetto Filippo Spanu e il direttore Inail. Nel suo intervento Spanu ha sottolineato che “La sperimentazione in atto sulle problematiche dello stress da lavoro correlato è il più avanzato campo di collaborazione con l’Inail, ma siamo in procinto di siglare anche una convenzione in materia sanitaria e prevediamo di agire in maniera coordinata anche nel campo della prevenzione, così come affermato in una delle ultime delibere di Giunta proposte dall’assessore Luigi Arru”. Prima di concludere Spanu ha anche ringraziato pubblicamente i rappresentanti per la sicurezza dei lavoratori e più in generale le rappresentanze sindacali. Ma, adesso chi glielo dice al Dottor Spanu che in Sardegna è allarme povertà? I numeri parlano chiaro 57 mila famiglie e 130 mila persone in stato di pesante difficoltà. Disoccupazione record che supera la media nazionale. Chi glielo dice all’ Assessore alla Sanità che è cresciuta in maniera incontrollata la depressione che riguarda i disoccupati? Chi glielo dice che i costi per la cura della depressione sono a carico del S.S.N. E quindi anche di quello regionale che si preoccupa, invece, solo di avviare un progetto di ricerca sullo stress dei 4 mila dipendenti regionali? Il bello è che si son riempiti anche la bocca con la bellezza di questa campagna di sensibilizzazione. Intanto vorremo sapere quanto costa alle casse Inail e RAS quest’ennesima trovata da luminare.

M5S ASSUME CON LE NORME DEL JOBS ACT

di Antonella Soddu
A volte accadono certe cose che lasciano, come dire, a bocca aperte e occhi sgranati per lo stupore. Ci siamo sorbiti mesi di proteste in aula, ostruzionismo al limite del tollerabile dai regolamenti di Camera e Senato; poi leggi – “Grazie al Jobs Act i cinque stelle assumono 25 dipendenti alla Camera”. Pronta la loro repplica – “Nessuna assunzione a tempo indeterminato”. Ma sarà davvero cosi? Non sembrerebbe a leggere il bilancio consuntivo 2014 di Montecitorio che approderà in aula nei prossimi giorni per il voto di approvazione dei deputati. Si legge: “Si rileva altresì che il Gruppo ha provveduto a trasformare n. 25 contratti da tempo determinato a tempo indeterminato, per effetto dell’applicazione della Riforma del Lavoro intervenuta.” Dunque, il gruppo M5S alla Camera ha certificato l’assunzione di 30 dipendenti di cui 29 assunti a tempo indeterminato di cui, come si legge nel documento, 25 dei 29 che prima erano assunti a tempo determinato sono passati a tempo indeterminato per effetto dell’applicazione della riforma del lavoro meglio nota come Jobs Act. Surreale la replica del tesoriere del gruppo M5S alla Camera, tale Vincenzo Caso – “Il Jobs Act è un provvedimento inutile, che non contribuisce alla crescita del mercato del lavoro né alle tutele dei lavoratori il nostro gruppo parlamentare, in ossequio all’articolo 1 comma 1 del dl 34/2014, ha convertito alcuni contratti da tempo determinato fino a fine legislatura a tempo indeterminato ‘fino a fine legislatura. Questo perché la riforma Poletti non ha provveduto a definire la circostanza dei gruppi parlamentari che per natura hanno una vita limitata alla legislatura: è un non senso assumere a tempo indeterminato se il gruppo parlamentare verrà meno naturalmente al più tardi nel 2018”. Ammesso e concesso che sia veramente cosi, quel che appare surreale è che le cose siano logiche e per forza di cose fattibili quando devono esser poste in esser dal M5s, sbagliate e lesive dei diritti quando a dover fare le stesse scelte sono gli altri parlamentari. Una nota a replica al Tesoriere M5s, che evidentemente non sa – ma è in buon compagnia – che è possibile assumere e/o mantenere le assunzioni con la tipologia di contratti antecedenti il Jobs Act, e chi magari replicherà – “Certo che hanno assunto, o meglio, trasformato i contratti. Lo hanno fatto perché la legge vigente obbliga questo”. Eppure non è cosi. Infatti, applicare alcune norme del Jobs Act non un obbligo, si può sceglier; è noto che alcune aziende stanno scegliendo di mantenere l’articolo 18, per esempio, per i neo assunti. Non è nemmeno obbligatoria la trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato con le nuove regole del Jobs Act. Alcune aziende, tra le quali alcune anche note, scelgono di non trasformare in contratti. Un esempio viene da un noto colosso farmaceutico con sede a Varese. Non solo ha mantenuto i contratti vigenti invariati, ma, ha anche assunto altri 13 lavoratori con la ferma volontà, messa anche nero su bianco, di non applicare nei confronti di questi le disposizioni del contratto a tutele crescenti. Riconosce agli stessi l’articolo 18, nello specifico la “reintegra in caso di licenziamento illegittimo”. A questo punto sarebbe auspicabile anche prendere visione dell’elenco delle persone assunte, certamente di massima fiducia, per poter cosi replicare alle solite accuse, rivolte agli altri deputati di altri partiti, secondo cui assumerebbero sempre parenti e amici dei parenti. In conclusione ci aspettavamo una replica come a su citata, anche se la parte della motivazione “durata legislatura” è nota a tutti quindi sarebbe stato più onesto dire “ci conveniva assumere cosi, visto che per tre anni paga lo Stato”. Regola del Jobs Act. Per il resto ci sorge il dubbio sempre più certezza che le forti azioni di ostruzionismo messe in atto al momento del voto in aula sia stato dettato anche da una imprecisa conoscenza del testo di legge del Jobs e dei decreti attuativi. In effetti è imprecisa in tal senso anche l’informazione corretta all’opinione pubblica italiana. Per adesso, per coloro senza contratto ne a tempo determinato ne indeterminato, spendiamo due minuti per leggere il bilancio consuntivo ufficiale pubblicato sul sito della Camera – http://bilancio.camera.it/4?scheda_contenuto=11 (ovviamente per esperti in lettura di bilanci ). E prima di fare ostruzionismo senza nozione certa, pensiamo sempre a cosa potrebbe accadere domani quando ci troveremmo a dire – “Be, ci conviene applicare questa parte di legge. Tanto lo fanno tutti”.

IL TURISMO IN SARDEGNA. UNA BEFFA DOPO L’ALTRA A DANNO DI TURISTI E RESIDENTI

di  Antonella   Soddu
Alcuni giorni fa parlavo con una cara amica del continente, Anna. Mi diceva: “Vorremmo tanto venire da te in Sardegna ma credimi è davvero troppo caro. Specialmente il viaggio in traghetto”. Abbiamo parlato a lungo, e mi sono accorta che quasi sempre d’estate l’argomento è il solito – “In Sardegna avete tante possibilità per vivere di turismo. Il guaio è che non sapete sfruttarle.” Io davvero non posso darle torto e a volte sento anche un po’ di vergogna e rabbia soprattutto quanto mi trovo a leggere, contemporaneamente, sulla stampa locale notizie che contrastano vergognosamente. Oggi con un comunicato stampa l’ Assessore al Turismo della RAS Morandi dichiara – “In Sardegna il turismo è in netta ripresa. Abbiamo registro una crescita del 5%. Quindi un primo scorcio di stagione certamente positivo. Ora puntiamo a una stagione di otto mesi”. Mi son cascate le braccia; poco prima ho letto – “Turisti esasperati, lasciano un biglietto dinanzi ai cancelli chiusi della galleria Henry a Bugerru – Vergognatevi, poi voi sardi vi lamentate che non avete lavoro”. Interi siti gioielli minerari chiusi in piena estate, cancelli sbarrati a cominciare dalla grotta di Santa Barbara, proseguendo fino alla galleria di Villamarina a Monteponi e concludendo con la galleria Henry di Bugerru. In qualunque altra parte del mondo farebbero follie per aver questi gioielli e in Sardegna che li abbiamo sono chiusi. Si salva dal circolo chiuso solo Porto Flavia la galleria con vista sul faraglione di Pan di Zucchero aperta dallo scorso mese dopo un prova nei giorni di Pasqua che ha visto in due giorni un record di visitatori. Questo il testo della lettera lasciata affissa dai turisti sui cancelli sbarrati della Galleria – “Siamo partiti da Baia Sardinia per vedere le miniere tanto rinomate grandissima delusione e rabbia non solo nel trovare chiuso, ma per la poca informazione. Una vera vergogna. Strutture del territorio non messe a frutto. Crisi? Come sempre meritata. Cordiali saluti e viva l’economia. Patrizia Gottari”. Ma non è tutto. Il sistema trasporti in Sardegna è al collasso, non esiste continuità territoriale nemmeno dall’isola alle sue isole minori. Il che crea danni sia ai turisti che ai residenti. Come si legge in una lettera inviata al giornale da una famiglia sarda che chiede di pubblicare anche il biglietto del traghetto. “Due persone residenti in Sardegna più auto 45 euro per 20 minuti di traghetto sulla linea Carloforte-Portovesme. Ecco come la Regione “incentiva” il turismo locale e i trasporti interni. Grazie – scrive Elena Muggittu”. Ripenso alle dichiarazioni dell’ Assessore al turismo Francesco Morandi, poi mi viene in mente la bellezza delle nostre spiagge, delle nostre coste, e mi rendo conto che mancano , perché non sono mai stare creato, quelle zone accessibili a tutti, turisti e residenti compresi. Per esempio, spiagge come Chia, Su Giudeu, Plag’è mesu, Masua, non sono dotate nemmeno dei più banali servizi igienici. Che si fa se ad un viene improvvisa voglia di far bisogni? Al massimo in acqua si può far la pipì… La Sardegna non è solo Costa Smeralda e Gallura, ove per forza di cose i servizi e le zone accessibili sono d’obbligo perché la zona è caratteristica per ospitare il turismo vip o persone facoltose. Territori come quelli su indicati, che si trovano nel sulcis, provincia più povera d’ Italia, non adeguatamente sfruttati per far crescere un tipo di turismo competitivo utile anche e soprattutto alla ripresa economica. Ma basta , per esempio, farsi un giro a Cagliari , dove in piena estate sono in corso i lavori di restauro al Bastione Saint Remy – https://www.youtube.com/watch?v=FkiErzwXdxk . Nel video è chiaro e sotto gli occhi di tutti che lo splendido spettacolo che si vede è accessibile solo agli operai. Alla faccia di Cagliari candidata a città della cultura, a Città mediterranea, a Città dove è insito il terminal crociere, etc. E che dire , poi, del lavori di adeguamento del littorale del Poeto e della rimozione dei chioschetti Bar e punto ristoro che stanno provvedendo a riposizionare solo ora in pieno luglio e piena stagione iniziata? Come scritto dalla Turista, giustamente indignata, Patrizia Gottardi – “Siamo partiti da Baia Sardinia per vedere le miniere tanto rinomate grandissima delusione e rabbia non solo nel trovare chiuso, ma per la poca informazione. Una vera vergogna. Strutture del territorio non messe a frutto. Crisi? Come sempre meritata. Cordiali saluti e viva l’economia.”

 

REDDITO DI CITTADINANZA E REDDITO MINIMO GARANTITO

di  Antonella  Soddu

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La polemica che ruota intorno alla proposta del M5s sul reddito di cittadinanza, rischia di ingenerare confusione. Non vogliamo credere che tutti, a cominciare dai ferventi proponenti, mirino appunto a confondere volutamente le due cose e allo stesso tempo giocare a fare il lavaggio dei cervelli di cittadini disperati. Sarebbe scorretto in tutti i sensi. Proviamo a capire meglio. In tutto il mondo il cosiddetto reddito di cittadinanza è in vigore solo nelle Stato dell’ Alaska, negli Stati Uniti; Viene erogato a tutti, indipendentemente se uno il lavoro l’ha meno, anche a chi è ricco. Ciò detto, onde evitare di fare le solite cantilene e provare a rendere credibile e percorribile la cosa, meglio sarebbe chiamare questa “cosa” che si vorrebbe realizzare in Italia, con il suo vero nome di battesimo. Quindi, “reddito minimo garantito”. Ci sono sostanziali differenze: Reddito di cittadinanza. E’ una misura legata all’unico requisito dell’essere cittadini, non a quello di essere disoccupati e nemmeno a quello di essere poveri. Reddito Minimo Garantito. E’ per tutti coloro che sono alla ricerca del primo impiego, coloro che non hanno la possibilità di accedere al sussidio di disoccupazione, o perché non in possesso dei requisiti minimi, o per tipo di contratto di lavoro. Ora vediamo quali sono i paesi ove è applicato il reddito di cittadinanza e quelli in cui è applicato il reddito minimo garantito. In tutta Europa esiste il “reddito di base” – meglio noto come “ reddito minimo garantito”. Il Reddito minimo garantito non è attuato solo in Italia, Spagna , Grecia e Portogallo. Nel 1992 l’UE ha invitato tutti gli stati membri ad adeguarsi a chi aveva già introdotto il reddito di base nelle proprie politiche di Welfare. La delibera 92/411 di fatto impegnava gli Stati ad adottare misure di garanzia di reddito. Piccola nota rilevante l’Italia pur non essendo tra gli Stati che hanno introdotto il reddito minimo garantito ha una piccola nota che emerge. Infatti la Regione Lazio prevede un sussidio di circa 600 euro mensili per coloro che, tra i 30 e i 44 anni, ha un reddito annuo inferiore agli 8000 euro. Chiusa questa parentesi, vediamo gli Stati in cui è introdotto il – “Reddito di base”.

– in Belgio è attivo il Minimax, una rendita mensile di 650€, rilasciata a titolo individuale, a cui può avere accesso chiunque;

– In Lussemburgo è attivo il Revenu Minimum Guaranti, un reddito individuale che si aggira intorno ai 1100€ e che si ottiene fino al raggiungimento di una migliore condizione economica .

– in Olanda esiste il Beinstand, rilasciato a titolo individuale, che si accompagna a tutta una serie di sostegni per affitti, trasporti e accesso alla cultura. Esiste inoltre un’altra forma di reddito minimo di 500€, il Wik, garantito agli artisti per poter permettere loro di creare in libertà senza troppi oneri economici.

– In Austria c’è il Sozialhilfe (letteralmente “aiuto sociale”) affiancato a diverse coperture delle utenze quali elettricità, gas e affitto ed altri aiuti economici per il cibo.

– In Norvegia è presente il “reddito di esistenza” (già il nome è significativo ) si tratta di un contributo mensile di 500€, elargito individualmente, che si integra a coperture dell’affitto e dell’elettricità.

– In Germania esiste l’Arbeitslosengeld II, rilasciato a tutti coloro, di età compresa tra i 16 e i 65 anni, che non hanno un lavoro o appartengono a fasce di basso reddito. Si tratta di un rendita mensile di 345€, che di per sé non è elevata, ma si integra alle coperture dei costi di affitto e riscaldamento. Questa rendita inoltre è illimitata nel tempo e viene garantita non solo ai cittadini tedeschi, ma anche, notare bene, agli stranieri con regolare permesso di soggiorno.

– In Gran Bretagna, paese precursore per quel che riguarda il sostegno al reddito, sono garantiti diversi interventi che permettono ai meno abbienti di poter avere un tenore di vita discreto. L’Income Based Jobseeker’s Allowance è una rendita individuale illimitata nel tempo, che varia dai 300 ai 500€, rilasciata sempre a titolo individuale a partire dai 18 anni di età a tutti coloro i cui risparmi non raggiungono i 12775€. Viene inoltre garantita la copertura dell’affitto (Housing benefit) e vengono rilasciati assegni familiari per il mantenimento dei figli. Sempre per quanto riguarda i figli e la loro educazione c’è l’Education Maintenance Allowance, un sussidio rilasciato direttamente ai ragazzi per coprire le spese dei loro studi. Infine c’è l’Income Support, un sussidio di durata illimitata, garantito a chi ha un lavoro che ammonta a meno di 16 ore settimanali.

– Francia. Il Revenu Minimum d’Insertion o Rmi è stato adottato dal 1988 (ma si pensi che non è tra i primi, Gran Bretagna e Germania ci avevano già pensato negli anni ’70), si ottiene dai 25 anni in su e consiste in un’integrazione al reddito di circa 425€ se si è single, 638,10€ se si è in coppia (e si sottolinea coppia, intesa in maniera laica), 765,72€ se la coppia ha un figlio, 893,34€ se ne ha due, più 170€ per ogni altro figlio. Le coppie con almeno un figlio hanno diritto poi alle Allocations Familiales, valide fino al compimento del 21° anno di età del figlio. Per ogni nato, bimbo adottato o in affido c’è la Prestation d’Accueil du Jeune Enfant (Paje), che varia dai 138 ai 211€ mensili. Sempre per ciò che riguarda i figli, alle famiglie con bimbi o ragazzi in età scolare e che non superano una determinata fascia di reddito, viene assegnata l’Allocation de Reintrée Scolaire, un sussidio d circa 247€ destinato all’acquisto del materiale scolastico.

In conclusione possiamo certamente affermare che sia importante, anche in Italia, inserire nelle politiche del welfare il “reddito di base”, come peraltro chiesto dall’ UE a tutti gli Stati Membri. Con la condizioni imprescindibile di coniugare allo stesso l’obbligo di accettare qualsiasi offerta di lavoro. Infine un’ ultima sottolineatura o meglio rimprovero a tutte quelle 19 regioni italiane che non hanno seguito il buon esempio della Regione Lazio che nonostante Belsito evidente qualcosa è riuscita a fare.

Intervento in aula di Michele Piras nel corso della Seduta alla Camera dell’ 11 Maggio 2015

di  Michele  Piras

Grazie, Presidente. Colleghi, esponenti del Governo, mi viene in mente una metafora, pensando alla mia terra, che è quella di un muro che, poniamo, sia alto 1,70 metri. Dietro quel muro c’è un ragazzo di 1,75 metri e un bambino di 1,30 metri. Entrambi sono liberi, in via teorica, di guardare oltre quel muro che cosa c’è. È del tutto ovvio che solo uno effettivamente può farlo ed è il ragazzo alto 1,75 metri.

Io mi rendo conto che la metafora dell’altezza, parlando di Sardegna, forse per ciò che si dice di noi sardi, possa essere anche ironica e, tuttavia, forse anche l’ironia ci sta, dato che io debbo ammettere, in quest’Aula, che da qualche tempo a questa parte provo un’intolleranza piuttosto accentuata rispetto alla politica e ai politici che descrivono la crisi, che citano le cifre, i numeri, i casi, gli esempi della crisi. Forse, perché di questi tempi, ad esito di una delle crisi più lunghe, la crisi più lunga dal secolo scorso ad oggi che abbia mai colpito l’Occidente e questo Paese, io credo che ogni famiglia, ogni persona sappia che cos’è la crisi, perché la vive nelle proprie case, perché l’avverte sulle proprie viscere, perché ciascuno ha un familiare che non ha lavoro, che è precario, che rischia di perderlo, che lo potrebbe perdere domani, perché ciascuno conosce – e tanto più nella mia terra – che cosa vuol dire l’emigrazione, come fu per mio padre nel 1960, per mia madre nel 1962, per i miei nonni, come fu per intere generazioni che si videro ingiustamente costrette a lasciare la loro terra, da tutto il meridione e anche dalla Sardegna.

 

Io credo che il punto che bisognerebbe affermare sia un altro, perché, se noi scioriniamo i numeri della crisi, c’è sempre qualcuno che ti dice che è più in crisi di te. A giudicare, ad esempio, dal crollo del PIL nella mia regione, si potrebbe dire che ci sono altre regioni che hanno perso più PIL della Sardegna. Sui numeri della disoccupazione c’è una concorrenza che non può essere giocata sulle spalle delle persone e sulle condizioni materiali delle persone.

Allora, io penso che il punto sia il muro, il punto sia summum ius summa iniuria, come avrebbe detto Cicerone, cioè che, quando una norma, un diritto, pur affermato, non tiene conto delle specificità di un contesto, non tiene conto delle condizioni concrete e materiali nelle quali questo diritto si dovrebbe poter esercitare o quella condizione specifica dà, io credo che in quel medesimo istante si commette un’ingiustizia, pure quando il diritto teoricamente sembrerebbe perfetto. Questo è un po’ quello che le regioni meridionali – e anche la mia – sicuramente avvertono in ordine a quello che è successo in questi anni, anche a seguito, diciamo, di un’omogeneizzazione senza capacità di tener conto delle specificità delle dimensioni locali, imposteci, ad esempio, dall’Europa cui l’Italia fa seguito.

La mia è una terra di un’irrisolta specificità, che va da sé, quella geografica e fisica, che si vede, insomma, perché è un’isola.

Diceva Emilio Lussu: è l’unica isola d’Italia. Non per fare torto ad altre, ma perché, in qualche maniera, culturalmente, oltre che socialmente ed economicamente, differente. La specificità della questione sarda, così come lo era per Gramsci, è per me qualcosa di diverso dalla questione meridionale, qualcosa di diverso dalle altre grandi questioni che ci sono in questo Paese. Non da mettere prima e in testa: da mettere al pari delle altre nell’agenda di un Governo come grande questione nazionale.

Ed è questa specificità, il nucleo della crisi in Sardegna, che, probabilmente, per limiti nostri, di noi rappresentanti di quel popolo in quest’Aula, o forse per scarsa capacità di cogliere la profondità di quella crisi, che i miei colleghi continentali non riescono a capire fino in fondo; a cogliere sì, ad ascoltare certo, a capire fino in fondo credo di no. Ed è sicuramente demerito nostro, non demerito di qualcun altro, se non riusciamo a spiegarla; è demerito nostro.

La Sardegna è una terra straordinaria, una terra di grandi bellezze, di grande fascino, di grandi potenzialità inespresse. Anche qui mi viene in mente una metafora ridicola: noi abbiamo un treno, detto «superveloce», parcheggiato alla stazione di Cagliari, che è stato acquistato su decisione di una giunta di qualche tempo fa, commissionato. È arrivato in questi ultimi mesi, è fermo alla stazione di Cagliari: dovrebbe percorrere la tratta Cagliari-Sassari in due ore. È fermo alla stazione di Cagliari causa linea ferroviaria sabauda; sabauda perché quella è rimasta da quando l’hanno costruita ed è rimasta precisamente nella stessa percentuale assolutamente inferiore alla dotazione infrastrutturale di ferrovie del resto delle regioni d’Italia.

Quel treno è fermo: vorrei, ma non posso; ho la potenzialità, ho il pane, ma non ho i denti. Questa è un po’ la cosa che fa rabbia della mia isola: è un’isola di grande potenzialità inespresse, perché nessuno si dispone nell’ottica di pensare che quella terra è irrisolvibilmente diversa, vive una condizione irrisolvibilmente diversa rispetto alle altre regioni d’Italia.

 

PRESIDENTE. Scusi, onorevole Piras. Onorevole Centemero !

 

MICHELE PIRAS. E allora da qui bisognerebbe partire, da una politica che tenga conto di quella specificità. Qui non veniamo a portare i cahiers de doléances, non siamo alla rivendicazione ottocentesca. Ciò che si chiede è di essere messi nelle condizioni – come altri, non più di altri, ma neanche meno – di esercitare il proprio diritto allo sviluppo, il proprio diritto al benessere, il proprio diritto all’autodeterminazione.

E, quando in quest’Aula o nei dibattiti politici si mette in discussione la specialità

dell’isola sul piano costituzionale, mi arrabbio, altri si arrabbiano, perché, in passato, ce ne sono volute di lotte per l’emancipazione di un popolo, per l’affermazione della parità di diritti di un popolo, per ottenere quello Statuto speciale, e ce ne sono volute di rinunce.

Allora, il dramma della Sardegna non è solamente la crisi: nel 1984 Enrico Berlinguer, nella sua ultima visita in Sardegna, in una delle sue ultime visite pubbliche prima del tragico comizio di Padova, sbarcò in Sardegna e parlò di crisi, nel 1984 ! La crisi è una cosa, la desertificazione è un’altra. Esiste un bellissimo testo, di cui consiglierei la lettura: è un testo di sociologia economica, che analizza quella che è stata la vicenda economica in Sardegna dal secondo dopoguerra ad oggi, del professor Gianfranco Bottazzi dell’Università di Cagliari, che sostiene la tesi, che, a ben vedere, è vera, che la Sardegna, nel secondo dopoguerra, sia stata la regione d’Italia – sembrerebbe un paradosso – che più rapidamente è cresciuta, che più rapidamente si è trasformata.

Quella trasformazione economica possente, arrivata attraverso i piani di rinascita, ha talmente profondamente e rapidamente trasformato la struttura economica, sociale e culturale, e poi anche quella politica, della mia isola che non ha dato il tempo neanche ai sardi di sostituire la cultura tradizionale con un nuovo modello culturale, forse anche perché nelle condizioni di farlo, anche qui, non siamo stati messi mai.

Non ci è stato dato il tempo. Così repentino, quanto lo sviluppo della Sardegna, è stato il crollo di quel sistema produttivo retto e foraggiato dal sistema delle partecipazioni statali, dall’immissione di risorse pubbliche nell’economia. C’era la crisi nel 1984 e non ci si è mai occupati di una cosa che precipitava. Oggi, al precipitare altrettanto rapido, nel giro di una decina d’anni, di tutto il sistema produttivo sardo, ci si ritrova non solamente con la desertificazione economica, ma ci si ritrova in una crisi psicologica di proporzioni enormi che sta portando i sardi o al rinchiudersi a casa o a fuggire dall’isola o, comunque, ad esprimere una rabbia che anche – senza giustificazione – nel moltiplicarsi degli attentati, nella recrudescenza del fenomeno degli attentati nei confronti degli amministratori pubblici, è del tutto evidente.

Allora, su questa crisi, su questa desertificazione, su questo stato di cose, credo che serva un’azione forte da parte del Governo nazionale, serva il riconoscimento, serva il sostegno, serva l’elaborazione, insieme all’Europa, di norme specifiche che consentano ai sardi di esercitare il diritto allo sviluppo e all’autodeterminazione, altro non ci può essere (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà) !

 

Svimez 2014. Allarmanti i dati sulla Sardegna

di  Antonella  Soddu

Secondo  i  dati emersi dalla  rilevazione del rapporto SVIMEZ 2014 – Associazione per lo sviluppo  dell’industria nel Mezzogiorno – presentato  nell’ottobre 2014 a Roma, continua a registrarsi per la Regione Sardegna una tendenza fortemente negativa. Rispetto il 2013, nel 2014  si è registrato una diminuzione del Pil pari al 4,4%, perdendo complessivamente negli anni di crisi dal 2007 oltre il 13 per cento di prodotto, tasso di natalità inferiore di due punti percentuale rispetto al tasso di mortalità, ripresa delle emigrazioni con un saldo migratorio (-1,2 per cento), occupazione diminuita del 7,3 per cento nel biennio 2012-2013, tasso di disoccupazione ufficiale pari al 17,5% (nell’ultimo trimestre 2014 si attestava al 18,3%, tasso poi  cresciuto  di  3 punti  nei primi 3 mesi  del 2015 ) con tasso di disoccupazione giovanile (giovani con meno di 24 anni) pari al 54%, un aumento della percentuale di laureati emigrati (21,6 per cento) e un tasso di dispersione scolastica pari al 25 per cento, percentuale di famiglie povere pari al 24,8 per cento, saldo fortemente negativo nell’immediato, ma con una pesante tendenziale conferma per quel che concerne il numero di cessazioni di imprese, procedure fallimentari e aziende avviate alla liquidazione.

In  questo  contesto  di  collocano  i 26.763 lavoratori  sardi, di cui  9.494 in  CIG e 17.269 in mobilità in deroga, che  ancora  ad  oggi  attendono i pagamenti delle mensilità dovute relative il 2014. Allo stato attuale i pagamenti sono fermi ai 2 ratei  percepiti  tra dicembre 2014 e gennaio 2015 di cui hanno potuto usufruire solo il 40% degli aventi diritto. Il  60% di  essi si è collocato nella lista  dello  stop imposto dall’Inps lo scorso  5  febbraio 2015 a causa dell’esaurimento dei fondi. Nel corso  del  2014 il governo ha assegnato risorse  corsi  come  segue:

1) 17.313.000 euro (decreto ministeriale 6 agosto 2014),

2) 21.641.000 euro (decreto ministeriale 4 dicembre 2014

Da sottolineare che con i primi riparti fondi è stato possibile porre in essere i pagamenti relativi il saldo delle spettanze  2013. Emerge  per che per  consentire i pagamenti  relativi il  2014  occorrano 179 milioni di  euro. Solo 55 milioni di euro, sono, invece, i  fondi   destinati alla  Sardegna come si evince  dal recente (8 maggio 2015)  decreto interministeriale – ministri Poletti e Padoan – che consentirà il pagamento di ulteriori tre/quattro mensilità rendendo ancora necessario il reperimento di circa 130 milioni di euro: tali risorse potrebbero essere recuperate considerato che la delibera Cipe 30 giugno 2014, n. 21, nel disporre meccanismi di disimpegno automatico e sanzionatori a valere sulle risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2007-2013, ha disposto a carico della regione Sardegna, una decurtazione pari a circa 107 milioni di euro, derivante dall’applicazione di misure sanzionatorie nella misura del 10 per cento, per un importo di circa 24 milioni di euro, e nella misura del 15 per cento, per un valore pari a circa 83 milioni di euro, su interventi che hanno fatto registrare ritardi nell’assunzione delle obbligazioni giuridicamente vincolanti e che la sopra citata delibera Cipe n. 21 del 2014 ha disposto il finanziamento degli «ammortizzatori sociali in deroga», per un importo pari a 100 milioni di euro, a valere sulle decurtazioni operate dalla stessa, e che tali risorse sono confluite tra le fonti generali di finanziamento dei decreti ministeriali di assegnazione delle risorse alle regioni e che al netto delle finalizzazioni operate dalla suddetta delibera Cipe n. 21 del 2014, risulta, quindi, la disponibilità per successive finalizzazioni per un importo complessivo di 182 milioni euro, tra i quali è moralmente indispensabile prevedere la copertura del fabbisogno della cassa integrazione guadagni in deroga nell’isola.

In  tutto questo contesto si colloca il recente provvedimento assunto dalla  RAS – Modifiche alla legge regionale 6 maggio 2015 (non ancora pubblicata sul B.U.R.A.S.) – Modifiche all’articolo 2 della legge regionale n. 17 del 2013 (Ulteriori disposizioni urgenti in materia di lavoro e nel settore sociale). Autorizzazione di spesa per l’anticipazione degli ammortizzatori sociali in deroga,  che mette  a disposizione ulteriori  50  milioni  di euro  che andranno a sommarsi ai  55 milioni di euro, appunto,  ripartiti  con il decreto  n. 89936  dell’8 maggio 2015. Cifra che  si  va  a sommare ai 52 milioni di euro, anticipati come anticipazione RAS sussidio in compensazione della mobilità in deroga 2013, non ancora rientrati nelle casse regionali. 100 milioni di euro, in totale, dunque, che devono necessariamente rientrare.