NON ARRENDERSI MAI, CONTRO OGNI PREGIUDIZIO

di  Antonella  Soddu

In questi giorni sto leggendo tanti commenti contro gli immigrati che provano a attraversare quel mare azzurro, coscienti del pericolo a cui vanno incontro, per trovare serenità e libertà; commenti costellati dagli insulti più volgari e scuse becere per giustificare l’assenza di umana pietà. Ho riflettuto sul commento più ricorrente, secondo cui anziché pensare ai disoccupati italiani disperati, tassati, che perdono la casa, che sono sfrattati e che spesso ricorrono al suicidio, pensano a dare alloggi a zingari e clandestini. Che sensazione di rabbia e impotenza mi assale, insieme a tante domande e riflessioni. Penso alle migliaia di lavoratori che, nella mia isola, da mesi affrontano l’incertezza per il futuro, penso ai mei figli che ogni giorno escono da casa per andare a scuola con il pensiero ( lo so, anche loro vivono quest’angoscia ) che forse al loro ritorno non saremo più in questa casa. Anche noi siamo abusivi: con il lavoro abbiamo perso tutto. Mi guardo intorno, ho finito appena un mese fa di prestare servizio civico nel mio comune di residenza. Poche ore settimanali per 400 euro al mese: avercelo per tutto l’anno, un impiego così. Penso e ripenso da dove possa venire la forza per andare avanti, certo, dall’unione in famiglia, dagli amici, dal pensiero che c’è chi sta peggio di noi. Allora mi viene anche in mente che ci deve esser dell’altro, che ancora non so definire e che spinge un essere umano a provare ogni strada possibile per non soccombere. Fuggire da quest’isola tanto amata ma disperata e inerte? Lasciarsi andare e dire addio al mondo? Oppure fermarsi dinanzi al bivio e riflettere su quale sia la strada giusta. Apro la mia agenda e prendo in mano una lettera, l’hanno scritta un gruppo di lavoratori in mobilità in deroga. Ricordo che ho pianto il giorno che l’hanno letta in pubblico. “Siamo tutti molto stanchi e scoraggiati da questa situazione, divenuta indecente e che dura oramai da mesi, ma tu, con la tua grinta e la tua determinazione ci hai dato uno spiraglio di speranza per cui lottare e per cui alzarci al mattino. Le nostre giornate, cosi lunghe e vane, spesso buie e colme disperazione, hanno iniziato ad assumere un significato diverso da quando seguiamo questo gruppo e questo grazie a te, alle informazioni e ai consigli che ci davi giorno dopo giorno, facendoti carico del fardello pesante, triste e doloroso di migliaia di persone, nonostante anche tu e la tua famiglia abbiate i vostri problemi. Ma non hai mollato, hai portato avanti questa battaglia lottando contro tutto e tutti, come solo tu sai fare. Abbiamo fatto tanta strada da quel lontano settembre 2013, il gruppo è cresciuto, è maturato e sebbene non siamo ancora riusciti ad ottenere quello per cui stiamo combattendo da mesi, siamo riusciti ad avere dei risultati, in particolare quello di far capire alle istituzioni sorde, ipocrite e disumane, che non siamo un branco di disperati senza cervello, che possiamo mangiarci vivi tutti i Lorsignori e non è mica poco. È stata la rivincita di un popolo che seppure senza un euro in tasca, senza un tozzo di pane e ubriaco di disperazione, non si fa mettere i piedi in testa da persone immonde e preserva la propria dignità sempre e comunque. Questa battaglia è diventata per te una sorta di missione e a gran voce ti ringraziamo per la tua disponibilità, per la tua tenacia, per la tua nobiltà d’animo. Nella vita a volte è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza”.

Ho pensato tante volte di arrendermi, come ogni altro esser umano, spesso si cade vuoto dell’arresa. Poi, riflettendo, devo ancora qualcosa a me stessa, e soprattutto, a tutti i miei colleghi di disoccupazione. La speranza rigenera forza. Chi sceglie di arrendersi ha un malessere dentro sul quale nessuno ha il diritto di sindacare. Chi ha scritto la lettera riportata sopra, è gente che ha scelto di non arrendersi alla disperazione e di lottare per andare avanti, impiegando tempo per capire, informarsi, confrontarsi con le istituzioni, con le comunità di appartenenza, proporre e costruire. Ha scelto di impegnare la mente, per occupare il tempo e le ore che scandiscono le lunghe giornate da disoccupati abbandonati da tutti. Ecco, anche io sono parte di questo branco di disperati, da qualcuno ritenuti senza cervello. Andiamo avanti provando a liberare la mente da brutti pensieri e soprattutto usarla per creare il nostro futuro. Guai ad incolpare altri più disperati di noi della nostra inerzia e della nostra arrendevolezza. “Restiamo Umani”. Volevo tenere per me queste parole di incoraggiamento ma in queste ore credo sia un soffio di speranza renderle note. Grazie a chi non si arrende,contro ogni giudizio e pregiudizio.

Annunci

CINISELLO BALSAMO CALL&CALL LICENZIA 186 LAVORATOR

DI ANTONELLA SODDU
Call&Call chiude, manda a casa 186 persone. E’ la storia di un Call Center che si occupa di servizi per tre importanti società finanziarie e bancarie.

Crisi? No.

Semplicemente la volontà della società di procedere a nuove assunzioni avvalendosi dei nuovi contratti previsti dal Jobs Act.

La società, come per altro si legge sul sito ufficiale della stessa – “opera su tutto il territorio nazionale e oggi ha 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno”. Ma, pare che questo oggi sia solo un piccolo dettaglio nel momento in cui si decide in maniera quasi arbitraria (per non dir altro) di mandare a casa 186 persone e assumerne altrettante, giovani e con contratti meno onerosi e flessibili quindi, con le agevolazioni e gli sgravi fiscali del governo.

Pare ci sia qualcosa che non torna se si pensa che la società per procedere ai licenziamenti fa ricorso alla legge 223 che prevede i licenziamenti collettivi, ma come precisa Adriano Gnani (Uilcom Uil) – “la società ha costruito una sorta di scatole cinesi, la società madre ha messo in piedi tante altre piccole società in questo modo può esser fattibile che la società madre sia in crisi rispetto alle altre collocate in altre regioni italiane.”

Infatti, secondo l’amministratore delegato della Call&Call – “La perdita annuale della società di Cinisello Balsamo sarebbe di 500mila euro” e sempre secondo l’azienda la colpa sarebbe da attribuire ai costi eccessivi del lavoro.

Eppure, lo stipendio medio degli operatori del call center, in questo caso, si attesta intorno ai 1200 euro mensili. Già, che per i nuovi assunti non è che aumenta anzi, scende a 1.000 euro.

Insomma in poche semplici parole pare sia in atto un boom di nuove assunzioni che, altro non sono, se non il ricorso ad una strategia legalizzata che consente di ricorrere a nuovi contratti.

Quindi, oggi ne licenzio 186, domani ne riassumo 186 con un contratto a tutele crescenti, in altra località italiana, uso, per fare una cosa legale, l’intestazione di un’altra società che però fa parte dell’azienda madre a scatola cinese, e supero l’esame di legalità. Intasco gli sgravi fiscali del governo così ho anche l’onore di esser citato nei prossimi spot pubblicitari del ministero del lavoro che parlerà di “boom di nuove assunzioni”.

Più che altro suono di “Boom” di balle che scoppiano. Viva l’Italia che riparte, diceva ieri Crozza nel suo solito monologo: “Pare che Romolo abbia fondato Roma portando dentro, ladri, truffatori, schiavi, etc. Bene, i nuovi schiavi li abbiamo, saranno quelli prodotti dal Jobs Act. I ladri e i truffatori li abbiamo, basti pensare a mafia capitale. Ci siamo.”

Professor Felice Besostri in Commissione Affari Costituzionali

La Commissione Affari costituzionali, presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, ha svolto audizioni di esperti nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame del progetto di legge approvato, in un testo unificato, dalla Camera e modificato dal Senato, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Italicum). 15/04/2015http://webtv.camera.it/archivio?id=7781&position=0  Audizione del Professor Besostri –  «Signora Presidente, onorevoli deputati e deputate commissari, ringrazio per l’opportunità datami di intervenire sul testo della legge elettorale. Le audizioni di ieri, in particolare quella della prof. Lara Trucco, mi consentono di concentrarmi su questioni di fondo ad esclusione di quella sulla necessità, quale che sia il sistema elettorale prescelto, di una legge organica sui Partirti politici in attuazione dell’art. 49 Cost.: in mancanza di una tale legge non ci sarà una procedura trasparente di selezione delle candidature. Una selezione trasparente è, a mio avviso, più importate dell’alternativa tra liste bloccate e preferenze, se avviene, con largo anticipo sulla data dei comizi elettorali, con procedure congressuali o primariali regolate da norme di legge. Sulla legge elettorale sono stato ascoltato dalle competenti Commissioni della Camera, il 14 gennaio 2014, e del Senato, il 20 novembre 2014 e rinvio ai testi rassegnati in quelle occasioni, che mantengono la loro validità a prescindere dalle modifiche a prescindere dalle modifiche introdotte dal Senato. La legge che ritorna alla Camera dei Deputati è stata modificata in punti non secondari, come l’attribuzione del premio di maggioranza ad una lista e non più ad una coalizione, l’eliminazione di soglie elevate interne alla coalizione ( di fatto attributive del premio alla lista egemone della coalizione) con la traslazione di voti (appropriazione indebita e non furto) di sospetta costituzionalità, l’introduzione di preferenze con effetti di fatto limitati vista l’esclusione dei capilista, gli unici sicuramente  eleggibili salvo che per la lista beneficiaria del premio di maggioranza ed eventualmente della seconda ammessa al ballottaggio. L’elevazione della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza al 40% non ha, nella mia opinione, un particolare significato, semplicemente perché aumenta la probabilità che il premio sia attribuito con il ballottaggio, eventualità che rappresenta la maggiore criticità della legge in relazione ai principi enunciati nella “storica” sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014. Si ha l’impressione che, piuttosto che adeguarsi a quella pronuncia, il legislatore cerchi di eluderla e soprattutto, viste le sostituzioni di giudici scaduti o di imminente scadenza, di intervenire sulla composizione della Corte Costituzionale nella speranza di un giudice delle leggi più comprensivo delle esigenze dell’esecutivo. Di contro assume un particolare significato la reintroduzione di un programma della lista e l’indicazione di un capo politico della stessa mediante quanto dispone l’articolo 14-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 come sostituito dal seguente: «ART. 14-bis. — 1. Contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica. Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione. 2. Gli adempimenti di cui al comma 1 sono effettuati dai soggetti di cui all’articolo 15, primo comma». Nella legge n.270/2005 la norma ha rappresentato il tentativo meglio riuscito, ancorché fosse previsto anche per la singola lista, di dare una dignità politica alle coalizioni e di contrastare, per tale via, l’obiezione più forte ad un sistema elettorale proporzionale: i partiti si presentavano singolarmente agli elettori per raccogliere il massimo dei consensi sui loro programmi, ma mantenendosi le mani libere dopo la proclamazione degli eletti per coalizzarsi non importa con chi e per la realizzazione di un nuovo programma comune, che poteva o non poteva avere  punti di contatto con le proposte programmatiche presentate agli elettori. Era una norma che si adattava alle coalizioni, che, in quanto destinatarie del premio di maggioranza, indicavano preventivamente il perimetro delle alleanze, il programma e il capo politico una formulazione ipocrita per indicare il candidato a presiedere il Consiglio dei Ministri: formulazione ipocrita altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di precisare, nell’ultimo periodo del comma 1 del novellato art. 14.bis del D.P.R. 361/1957 che “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione”.  Del tutto contraddittoriamente o equivocamente, una volta escluse le coalizioni di liste, viene mantenuta l’espressione al plurale “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare”. In presenza di coalizioni l’indicazione del capo politico rappresentava una sorta di anticipazione delle indicazioni che le forze politiche presenti in Parlamento avrebbero dato al capo dello Stato nelle consultazioni che precedono il conferimento dell’incarico di formare un governo, che disponga della maggioranza per ottenere la fiducia. Con una sola lista destinataria del premio di maggioranza le consultazioni e le prerogative del Capo dello Stato sono ridotte ad una cerimonia degradante nella farsa. Dopo l’invenzione di un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza -un evidente ossimoro-  abbiamo una forma intermedia di designazione del primo ministro, sconosciuta ai paesi dove il Premierato forte è consolidato da anni, per esempio il   Prime Minister britannico, d frutto di prassi consolidate del costume politico, ma il Premier in pectore  è un candidato come gli altri in un collegio uninominale e l’elezione diretta del Primo Ministro, come è stato sperimentato negativamente in Israele per un numero limitato di consultazioni. Sarebbe opportuno che si riflettesse sul fatto che una forma di governo di premierato forte, non prevista dalla nostra Costituzione, nasca indebolendo di fatto il ruolo del Capo dello Stato in una delle sue più importanti funzioni, la nomina del presidente del Consiglio, e, come dirò in seguito, dell’autorità e del prestigio della Corte costituzionale: cioè dei due massimi organi di garanzia. La forma di governo viene modificata mediante l’approvazione di una legge ordinaria, adottata da un Parlamento eletto con una legge dichiarata in punti fondamentali contraria alla Costituzione, anche se senza effetti pratici atteso l’art. 66 Cost., che colpevolmente non si è voluto modificare nel parallelo processo di revisione costituzionale. Nella nuova legge elettorale sono ignorate le indicazioni di principio date dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2014, che pure lascia la più ampia libertà al legislatore, che non è formalmente vincolato ad un determinato sistema elettorale. Quindi non è vincolato al principio “che ciascun voto contribuisca potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi (sentenza n. 43 del 1961) ed assume sfumature diverse in funzione del sistema elettorale prescelto. In ordinamenti costituzionali omogenei a quello italiano, nei quali pure è contemplato detto principio e non è costituzionalizzata la formula elettorale, il giudice costituzionale ha espressamente riconosciuto, da tempo, che, qualora il legislatore adotti il sistema proporzionale, anche solo in modo parziale, esso genera nell’elettore la legittima aspettativa che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del “peso” del voto “in uscita”, ai fini dell’attribuzione dei seggi, che non sia necessaria ad evitare un pregiudizio per la funzionalità dell’organo parlamentare (BVerfGE), sentenza 3/11 del 25 luglio 2012; ma v. già la sentenza n. 197 del 22 maggio 1979” e la sentenza n. 1 del 5 aprile 1952)”. Se il legislatore nella sua libertà non vuol essere condizionato dalla sua stessa scelta ne compia una diversa, opti cioè per un sistema elettorale maggioritario, anche il più estremo, quello vigente in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, per il quale first past the post, il primo arrivato con la maggioranza relativa  conquista il seggio, quale che sia la sua percentuale sui voti validi o la percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto. Una logica brutale ma coerente, per avere la maggioranza devi conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, attribuiti in collegi uninominali, uno per uno. Ovvero il legislatore, tenendo conto dell’articolazione politica risultante dalle percentuali del voto del maggio 2008, potrebbe optare per un maggioritario  con ballottaggio eventuale, nel caso che il candidato al primo turno non ottenga la maggioranza assoluta dei voti validi espressi, pari almeno ad un quarto degli elettori iscritti: un significativo particolare questo del maggioritario francese, che si tende a dimenticare e a ragion veduta quando si parla di ballottaggio nel nostro paese: ballottaggio sì, ma all’italiana!

 

L’elevazione della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza solo apparentemente si adegua alle sentenze della Corte Costituzionale nn. 15 e 16 del 2008, 13 del 2012 ed infine 1 del 2014, perché non ha come conseguenza, che in caso di mancato raggiungimento, si distribuiscano i seggi in modo proporzionale tenendo conto di un’eventuale soglia di accesso, che scattasse in caso di mancata  attribuzione del premio di maggioranza. La coesistenza di premio di maggioranza e soglia di accesso è a mio avviso distorsiva ed illogica. Nel caso di attribuzione di un premio di maggioranza, tra l’altro superiore (340) alla maggioranza assoluta dei seggi(316), per l’obiettivo della governabilità, l’unico che lo giustifichi, è indifferente che l’opposizione sia fortemente articolata. Il premio di maggioranza consistente in un numero fisso di seggi è a rischio di incostituzionalità per violazione dell’art. 48 Cost. in quanto è tanto più elevato quanto minore è il consenso elettorale. Chi abbia il 40% dei seggi ottiene un premio del 14% dei seggi in più, mentre una lista con il 45% si deve accontentare di un 9%.  In pura teoria sarebbe più logico un premio in seggi commisurato al consenso elettorale o in misura fissa di seggi, tale da consentire di conquistare la maggioranza assoluta. Un premio di maggioranza superiore alla metà più 1 dei seggi poteva avere un senso se attribuito a coalizioni per mettere al riparo il partito egemone dagli umori degli alleati, ma in caso di lista unica con un leader chiaramente individuato non è necessario dilatarlo eccessivamente, come è ormai abitudine nelle leggi elettorali regionali dove si sta attestando sul 60% dei seggi e più se si conta anche il seggio del Presidente della Regione. In realtà l’elevazione della soglia minima dal 37 al 40% potrebbe essere inteso come un espediente per sottrarsi con il ballottaggio eventuale proprio al requisito di una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza. Al ballottaggio sono ammesse le due liste più votate a prescindere dalla loro percentuale di voto su quelli validamente espressi e sugli aventi diritto. Non per caso nel sistema francese gioca un ruolo anche quest’ultimo dato: il ballottaggio eventuale ammette tutte le liste che abbiano raggiunto il 12,50% degli aventi diritto, cosicché sono possibili triangolari, nel 2012 nell’8% dei casi, e più eccezionalmente delle quadrangolari. Nella nuova legge elettorale –e ciò costituisce il suo maggiore ed ineliminabile difetto- gli elettori, sia individualmente come cittadini, che come percentuale di votanti rispetto agli aventi diritto al voto, sono i grandi assenti. La governabilità è un obiettivo costituzionalmente legittimo, la sentenza n. 1/2014 della nostra Corte Costituzionale è chiara sul punto, ma dobbiamo consentire che in una democrazia parlamentare rappresentativa siano i cittadini a scegliere da chi farsi governare? E anche se vogliono farsi governare da un solo patito o da una coalizione? Una percentuale del 40% dei voti validi ha un peso ed un significato molto diversi in tema di rappresentatività dei cittadini se partecipano al voto il 66% degli aventi diritto o meno del 50%. Nelle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna la percentuale di partecipazione al voto è stata inferiore al 40%. Le liste ammesse al ballottaggio devono rappresentare al primo turno ciascuna di esse una percentuale minima del voto valido o sommate degli aventi diritto per dare un significato al ballottaggio, che ben potrebbe avere una percentuale di votanti sensibilmente inferiore a quella del primo turno. Se ad un ballottaggio partecipasse meno del 50% sarebbe chiaro il significato di rifiuto della complessiva proposta politica e di candidati, capilista compresi, delle liste in competizione e in particolare delle due ammesse al ballottaggio o no? Unico rimedio in assenza di requisiti minimi di partecipazione -non inferiori al 50% degli aventi diritto- sarebbe la facoltà di modificare l’offerta politica tra il primo e il secondo turno in analogia a quanto previsto dalla legge per elezione dei sindaci. Così come è ora il ballottaggio tra liste, senza requisiti di effettiva rappresentatività e di radicamento politico e sociale è soltanto un modo surrettizio ed implicito di scegliere il Capo del Governo, capo di una maggioranza parlamentare del 55% in grado di eleggere gli stessi organi di garanzia. Una scelta ordinamentale che richiederebbe di essere esplicita e di cui, invece non vi è traccia nella parallela revisione costituzionale, che tra l’altro procede con norme dei regolamenti parlamentari di cui dubito che siano in consonanza con l’art. 138 Cost, come da nota che consegno alla Commissione.

on. avv. Felice C. Besostri

L’intervento di Anna Falcone in Commissione Affari Costituzionali

La Commissione Affari costituzionali, presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, ha svolto audizioni di esperti nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame del progetto di legge approvato, in un testo unificato, dalla Camera e modificato dal Senato, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Italicum). 15/04/2015http://webtv.camera.it/archivio?id=7781&position=0 Audizione di Anna Falcone – La proposta di legge elettorale che dovrà esser discussa, a breve, dalla Camera, si presta a una serie di eccezioni sia nel merito che nel metodo. Noi abbiamo dei parametri peraltro molto chiari che non è soltanto la Costituzione ma sono le indicazioni che ci vengono dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014 –http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do… – e anche dalle esperienze dei sistemi elettorali del passato. Da questo punto di vista vorrei evidenziare alcuni punti che tecnicamente non reggerebbero con grande probabilità a un sindacato di Costituzionalità. Innanzitutto l’assenza di una soglia di sbarramento per accedere al secondo turno qualunque sia l’interpretazione che si voglia dare a questa scelta è una violazione della Sentenza della Corte Costituzionale, uno dei suoi punti essenziali, ovvero, proprio la violazione del principio di ragionevolezza. Questo premio di maggioranza che verrebbe attribuito al secondo turno, infatti, sarebbe un premio di maggioranza estremamente elastico che in un sistema pluripartitico, come rimane quello italiano, potrebbe dar luogo ad alcuni paradossi. Immaginiamo l’attribuzione del premio, a una lista che non abbia raggiunto il 15% o anche il 20%. L’attribuzione dei parlamentari, grazie al premio, potrebbe esser superiore all’attribuzione dei parlamentari che quella lista avrebbe ottenuto al primo turno. Il divieto di coalizione al secondo turno non fa che aggravare questa situazione, quindi, ne consegue anche una violazione del principio di uguaglianza del voto e anche del principio di proporzionalità tra voto in entrata e voto in uscita. Un argomento che sollevava il Professor Buzzetta e che credo vada ripreso riguarda proprio il valore che il cittadino elettore da al voto e che effettivamente cambia dal primo al secondo turno. Proprio in ragione del fatto che l’elettore consapevole al secondo turno va a votare per il Governo e non si aspetta più una rappresentanza, soprattutto che abbia votato per una lista diversa, il ballottaggio dovrebbe riequilibrare questa prospettiva garantendo quantomeno una soglia di accesso per poter accedere al secondo turno. Un altro aspetto critico riguarda i capilista bloccati. Qui bisogna richiamare quanto diceva prima l’ Avvocato Besostri; noi abbiamo un problema che prima ancora della scelta sul sistema elettorale riguarda la scelta sulla selezione delle candidature. E’ un problema che permane sia in caso di liste bloccate sia in caso dei candidati che si andranno a eleggere con le preferenze. Da questo punto di vista, analizzando anche come hanno funzionato i previgenti sistemi elettorali, pare che questa proposta di legge assuma il peggio delle due formule. Per quale motivo ? Perché i capilista bloccati non sono suffragati, necessariamente con dei sistemi che valgano per tutti i partiti e movimenti politici che partecipano a elezioni di sistemi di selezione democratici. Noi non abbiamo una legge sulle primarie, i partiti e i movimenti politici che partecipano alle elezioni hanno dei meccanismi interni di organizzazione che sono più o meno democratici. Ma le ultime esperienze ci hanno dimostrato come la selezione delle candidature rimanga una selezione delle candidature praticamente opaca, quindi, di fatto, gli elettori si troveranno a partecipare a delle elezioni il cui il capolista è bloccato , può esser candidato, per come è adesso il testo, fino a dieci collegi, quindi c’è anche una violazione del voto diretto, perché io fino all’ultimo, fino a quando non saprò quale sarà il collegio per la quale opterà il candidato eletto, non saprò neanche a chi effettivamente andrà il mio voto, quindi con ulteriore violazione di uno degli aspetti centrali della sentenza n. 1 del 2014 , anche per l’elezione dei candidati potenzialmente eleggibili con le preferenze non si supera il problema delle preferenze fiume o comunque del voto clientelare che aveva determinato in passato, appunto, l’eliminazione del sistema delle preferenze. Rimane centrale nel nostro sistema a prescindere dalla scelta del meccanismo elettorale, una attuazione dell’articolo 49 – “ Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” – una garanzia del metodo democratico all’interno dei partiti che continua ad essere il nodo sul quale il parlamento continua a non volersi pronunciare. Noi abbiamo un accenno, nella normativa che ha eliminato il finanziamento pubblico ai partiti, la numero 13 del 2014, che però è una misura assolutamente eventuale, perché impone ai partiti politici e ai movimenti che vogliano accedere al finanziamento tramite il 2 per mille, di avere al loro interno uno statuto democratico, ma l’indicazione che da legge dei contenuti di democrazia che devono essere nello statuto sono ancora molto vaghi e sicuramente la garanzia della democrazia organizzativa, e quindi anche del metodo di partecipazione alla politica tramite i partiti non può esser lasciato una legge che stabilisca i criteri di accesso al finanziamento piuttosto che a una legge che finalmente garantisca i diritti politici e di rappresentanza politica dei cittadini prima e a prescindere dalle elezioni, prima e a prescindere dal finanziamento alle attività politiche dei partiti e dei movimenti politici. C’è un problema che ovviamente riguarda anche il modo in cui noi intendiamo il principio democratico . Chiunque di noi abbia studiato diritto costituzionale o abbia avuto la fortuna e l’onore di insegnare diritto costituzionale nelle università sa che il principio democratico impone che una democrazia è tale se una maggioranza, auspicabilmente reale, Governa il paese, e la minoranza esercita i poteri di controllo e le funzioni di garanzia, no se il cittadino sa, la sera delle elezioni, o quella prima a volte, chi vince e chi perde. Il premio di maggioranza, non solo e non tanto quello che viene attribuito al primo turno ma soprattutto quello che viene attribuito al secondo turno falsa questi equilibri e di fatto finisce per introdurre un premierato, quindi per modificare la forma di Governo a Costituzione invariata. Questo distorce anche il senso e il significato delle maggioranze che erano state richieste per l’elezione degli organismi di garanzia. Voglio fare un esempio che non è stato fatto fin’ ora; anche per modificare i regolamenti parlamentari. E mi richiamo ad una violazione di metodo, ma di rilievo costituzionale, che è stata fatta durante la votazione di questo testo al Senato. Tutti conosciamo la vicenda del super emendamento presentato dal Senatore Esposito che conteneva in se gli aspetti essenziali di questa proposta di legge e che ha determinato un effetto caducatorio di tutta una serie di emendamenti non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza. Io ritengo che questa sia una procedura assolutamente da evitare anche alla Camera perché viola nella sua sostanza , non solo nell’aspetto formale, l’articolo 72 quarto comma . Ma se questa legge dovesse passare e, mettiamo il caso, dovesse arrivare al Governo una maggioranza espressione di una sola lista quindi fondamentalmente al ballottaggio, quindi di una minoranza del paese che rappresenti in quel momento la maggioranza relativa, la maggioranza espressione del Parlamento avrebbe la possibilità di modificare anche i regolamenti parlamentari. Fissando, cristallizzando questa procedura anche in violazione, eventualmente, dell’articolo 72 quarto comma. E’ un rischio lontano? Io che nel momento in cui si analizza con tanta attenzione una legge elettorale bisognerebbe evitare certi rischi e fare in modo che venga impedito quello che è un malcostume che molto spesso si realizza nel nostro ordinamento. Cioè che nel passaggio da le fonti principali, dalla Costituzione alla legge ordinaria alle fonti attuative, le fonti attuative e anche una fonte di primo gradi quali sono i regolamenti parlamentari, finiscano per svuotare di significato quelli che sono i principi democratici del nostro ordinamento.

Ammortizzatori sociali in deroga. Emanuele Cani presenta una mozione.

ATTO CAMERA

MOZIONE 1/00814

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17

Seduta di annuncio: 409 del 15/04/2015

Firmatari

Primo firmatario: CANI EMANUELE Gruppo: PARTITO DEMOCRATICOData firma: 15/04/2015

Elenco dei co-firmatari dell’attoNominativo co-firmatarioGruppoData firmaMELONI MARCO PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 SANNA GIOVANNA PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 SCANU GIAN PIERO PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 MURA ROMINA PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 MARROCU SIRO PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 TIDEI MARIETTA PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 SANNA FRANCESCO PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 PES CATERINA PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015 MARIANO ELISA PARTITO DEMOCRATICO 15/04/2015

Stato iter: 

IN CORSO

Atto Camera

 

Mozione 1-00814presentato da

CANI Emanuele

testo di

Mercoledì 15 aprile 2015, seduta n. 409

La Camera, premesso che: le richieste di accesso agli ammortizzatori sociali in deroga relative all’anno 2014 interessano, in Sardegna, complessivamente, 26.763 lavoratori, dei quali 9.494 per provvedimenti di cassa integrazione in deroga e 17.269 di mobilità in deroga; per il pagamento degli ammortizzatori 2014 risulterebbero necessari 179 milioni di euro; ad oggi il Governo ha assegnato attraverso due distinte ripartizioni 17.313.000 euro con decreto ministeriale 6 agosto 2014 e 21.641.000 euro con decreto ministeriale 4 dicembre 2014; con le prime risorse assegnate sono state erogate due mensilità di trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria in deroga; a dicembre 2014, l’INPS ha corrisposto altre due mensilità di trattamenti di mobilità ed altre due mensilità di trattamenti di cassa integrazione guadagni straordinaria; a seguito dell’esaurimento dei fondi sono stati interrotti i pagamenti e i lavoratori attendono il pagamento delle mensilità 2014; in occasione dell’incontro con gli assessori regionali del lavoro tenutosi il 26 marzo 2015, il Ministro Poletti ha preannunziato un prossimo decreto ministeriale per la ripartizione tra le regioni di circa 500 milioni di euro a completamento dei finanziamenti per il 2014; si prevede che la cifra assegnata alla Sardegna possa essere quantificata in circa 50 milioni di euro, che consentiranno il pagamento di ulteriori tre/quattro mensilità; tale cifra risulterebbe pertanto insufficiente, in quanto per il pagamento integrale degli ammortizzatori in deroga 2014, detratti i 50 milioni di euro di risorse statali in arrivo, sarebbero necessari ulteriori 100 milioni di euro; la possibilità che il pagamento di una quota degli ammortizzatori sociali potesse essere effettuata con fondi propri della regione, era stata ipotizzata dal Ministro Poletti, nel mese di dicembre 2014, in occasione di un incontro con il presidente Pigliaru e assessore Mura; il Ministro aveva sottolineato che un simile percorso era già stato avviato con altre regioni ed avrebbe costituito il presupposto per consentire al Governo di erogare risorse statali in misura superiore rispetto a quanto sarebbe spettato secondo i criteri ordinari; a fronte di tale proposta, la regione ha reperito risorse pari a circa 150 milioni di euro di fondi P.A.C., in occasione di un ulteriore incontro tenutosi in data 12 febbraio 2015 presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali con l’assessore Mura, accompagnata dal direttore del centro regionale di programmazione, veniva comunicato che, a seguito di modifiche normative intervenute dopo l’incontro di dicembre con il Ministro Poletti, i fondi regionali non potevano più essere destinati al pagamento degli ammortizzatori sociali in quanto impiegati per la copertura finanziaria del credito d’imposta introdotto con la Legge 23 dicembre 2014, n. 190, recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale pluriennale dello Stato (Legge stabilità 2015); è noto che i principali benefici della suddetta misura introdotta con la legge di stabilità 2015 si concentreranno in massima parte nelle aree del Nord del Paese, nelle quali il tessuto produttivo e i primi segnali di ripresa economica faranno registrare il maggior numero di assunzioni; la delibera del Cipe del 30 giugno 2014, n. 21, nel disporre meccanismi di disimpegno automatico e sanzionatori a valere sulle risorse FSC 2007-2013, ha disposto a carico della regione Sardegna, una decurtazione pari a circa 107 milioni di euro, derivante dall’applicazione di misure sanzionatorie nella misura del 10 per cento, per un importo di circa 24 milioni di euro, e nella misura del 15 per cento, per un valore pari a circa 83 milioni di euro, su interventi che hanno fatto registrare ritardi nell’assunzione delle obbligazioni giuridicamente vincolanti; la sopra citata delibera del Cipe n. 21/14 ha disposto il finanziamento degli «ammortizzatori sociali in deroga», per un importo pari a 100 milioni di euro, a valere sulle decurtazioni operate dalla stessa, e tali risorse sono confluite tra le fonti generali di finanziamento dei decreti ministeriali di assegnazione delle risorse alle regioni; al netto delle finalizzazioni operate dalla suddetta delibera del Cipe n. 21/14, risulta la disponibilità per successive finalizzazioni per un importo complessivo di 182 milioni euro; vi è una urgenza condivisa tra regione Sardegna e Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di provvedere al finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, in considerazione della grave situazione di tensione sociale che si registra nel territorio regionale, con migliaia di persone prive oramai da mesi di ogni forma di sostegno al reddito,

impegna il Governo

ad assumere iniziative per l’adozione di una specifica delibera da parte del Cipe volta alla assegnazione, in favore della regione Sardegna, dell’importo derivante dai meccanismi sanzionatori disposti con la delibera del Cipe 21/14, pari a circa 110 milioni di euro, per il finanziamento degli «ammortizzatori sociali in deroga» o, qualora ciò non fosse possibile, comunque per garantire l’integrale copertura finanziaria degli impegni assunti con i lavoratori, assicurando le mensilità spettanti per il 2014. (1-00814) «Cani, Marco Meloni, Giovanna Sanna, Scanu, Mura, Marrocu, Tidei, Francesco Sanna, Pes, Mariano».

25 Aprile tra commemorazioni e ricordi

di Antonella  Soddu

Ricordo che mia mamma ci portava sempre alla commemorazione dei caduti in guerra, Ricordo che mamma ci indicava il nome di suo zio Valdes Efisio partito in guerra che aveva appena 17 anni.Ci diceva sempre – “faranno l’appello e ad ogni nome si risponde – presente – perché anche se non ci sono più restano presenti. ” Io guardavo alla lapide affissa alla parete di fianco l’ antica chiesetta dedicata a Sant’ Antioco e mi chiedevo – “ma perché dire presente al posto di chi non c’è?” Con l’andare degli anni, ad ogni anno in più capivo il perché di quella lapide e il perché dell’ appello e della parola “presente”. Poi ascoltavo i discorsi, e mi guardavo intorno a vedere se gli occhi dei presenti continuavano di anno in anno ad esser lucidi. Piangevano eppure erano persone adulte mentre noi bambini eravamo lo a cercare di comprendere. Però, mamma, ci spiegava ci raccontava – “mio zio Efisio, fratello di mio padre, aveva solo 17 anni quando fu chiamato alle armi, in marina per esser precisi. Era il quarto di tre fratelli e una sorella. Era anche il più piccolo. Il loro padre era morto l’altro fratello era già sui campi di battaglia, mio padre provvedeva a mandare avanti la famiglia e cosi toccò al fratello. Era il 1918, mio prozio Efisio venne ferito gravemente, finì in un ospedale da campo a Trieste. Morì lì. Non tornò mai nella sua amata Villasor. In questi giorni ho fatto un giro nei paesi vicino al mio, che tristezza, solo in un uno ho visto il tricolore issato sui monumenti ai caduti. Penso che siano riti che si tengono solo nelle grandi città, cosi, per fare cortei dove alla fine si finisce per contestare e contrastare la voce di chi ha contribuito anche con vite umane a liberare un paese oppresso. Penso, quando passo dinanzi a quel che resta della lapide affissa alla parete accanto alla chiesa, che quei nomi ci sono ogni giorni in mezzo a noi e che certamente vorrebbero che il ricordo di quei sacrifici fosse un poco più di umanità in ognuno di noi. A me le date, le ricorrenze non piacciono tanto. Ai miei figli, quando capita, parlo della guerra, ancora oggi mia mamma racconta dei suoi ricordi di bambina che ha vissuto la grande guerra. Lei è nata nel 1938, aveva 7 anni nel 1945. Ricorda di un bambino fratellino di una sua amica, morto sotto i bombardamenti degli americani. Ricorda di un fascista a cui venne dato fuoco nella piazza centrale del paese, intitolata a Giacomo Matteotti. Ricorda e tramanda ai nipoti cosi come ha fatto con noi. Ecco, proprio perché ho una mamma che mai ha dimenticato, che ci ha sempre portati con lei alle commemorazioni e ad ogni buona occasioni ci raccontava e ci racconta, io non amo i giorni fissati ma quelli che scorrono, spesse volte dimenticati.

Chi è senza peccato scagli la pietra su Bossetti

di  Antonella  Soddu

Un uomo chiede – “ma cosa è successo?” Nessuno risponde. Lui si guarda intorno, cerca di capire. Tante forze dell’ordine. Perché, per cosa ? Scende la scala, l’unica del cantiere – “attenti, scappa”. No, non scappa, urla qualcuno, sta venendo giù. Un uomo con ai piedi le scarpe da lavoro, un uomo messo in ginocchio con le manette ai polsi – che succede. Nessuno lo sa, nessuno glielo dice.Gli italiani lo sapranno più tardi, ci penserà il Ministro Alfano a diramare la notizia. Pochi istanti dopo inizia il processo mediatico, e popolare. E’ colpevole perché lo dicono tutti che è colpevole. Quindi, è condannato. E’ condannato lui, la sua famiglia, sua madre, è condannato l’equilibrio di una famiglia. Sono spiattellati ai quattro venti i segreti più intimi di una donna, se questi, poi, son veri. Sono cose di ordinaria follia italiana chiamata libertà di stampa. Sono cose davvero da quarto grado che fa il processo sommario al già colpevole eludendo il Beccaria. Esiste ancora un organo di controllo che verifichi cosa è notizia e cosa non lo è? Se esiste applicatene le regole e vietate la messa in onda di quel video. La procura individui chi ha dato alla stampa un video dove cui tra le altre cose, pare siano state eluse tutte le normali procedure anche della notifica dell’atto di arresto. Basta con i processi da medioevo, con la lapidazione del diritto a difendersi in sede processuale . Avete trasferito le aule di tribunale sui giornali e dentro gli studi di programmi che sono peggio del giornale “cronaca vera”. Quelli che spesso si trovano nei porta riviste dei barbieri nei quartieri popolari. Si deve appurare la verità in sede processuale non dentro un salotto televisivo, non sui social, non per strada, etc. Un uomo e innocente fino a sentenza di colpevolezza. l’avviso di garanzia non è una condanna, e non è prima di tutto il processo concluso. Chi sono io per dire con certezza – “è lui ?” E se anche lo fosse, quello che oggi ho visto su quel video mi fa vergognare di esser cittadina di un paese che si dice civile. Sono stati violati tutti i principi di tutela dell’indagato, sopratutto il diritto alla riservatezza anche e sopratutto in nome del rispetto per altri due ragazzini minori vittime oggi dell’eccessivo bisogno di audience e di mi piace sui post.