IO, EX LAVORATRICE AL C.A.R.A.

di Antonella Soddu
“Voglio parlare, dire la mia.Voglio farlo, dopo aver visto la tenera e allo stesso tempo drammatica immagine di quella bimba migrante in braccio al papà con stretto il mano il suo orsacchiotto. Voglio parlare, dire la mia, per tutti quelli che non sanno e non immaginano eppure condannano, sentenziano, emarginano, in nome di qualcosa che non esiste; il diritto di venire prima degli altri”. Esordisce cosi, A. E. 55 anni, ex dipendente di una cooperativa sociale che fino a 5 anni fa ha lavorato presso un C.A.R.A. del sud Italia. “Non faccio retorica se dico – ho visto cose che voi umani … – oggi sono disoccupata, a 55 anni non è molto facile trovare un lavoro. Quando si esce dal giro ad un età cosi avanzata, allora avevo 50 anni, poi non si più considerati forza lavoro. E alla fine subentrano tante sensazioni contrastanti. Rabbia, delusione, impotenza, a volte anche rassegnazione”. Sentimenti e emozioni che emergono anche attraverso la voce pacata dei A.E., dai sui occhi lucidi quando ricorda la mamma recentemente scomparsa. “Ho perso il lavoro, e non riuscendo più a pagare l’affitto sono dovuta tornare a casa di mia mamma. Abbiamo cercato di aiutarci a vicenda. Poi, cinque mesi fa, mamma è mancata”, s’ interrompe, le lacrime solcano il visto provato di questa donna cui è rimasta ancora la dignità per dire: “Non ho ancora realizzato il dolore, sento solo un grande vuoto. Non chiedo molto, solo aver un lavoro per poter mangiare, pagare le tasse, tornare a casa e poter dormire la notte senza il pensiero fisso che forse domani potrei trovarmi in strada”. Ma A. E. , vuole parlare anche della sua esperienza di lavoratrice al C.A.R.A. e ci racconta che vedendo le immagini di quella bimba che ha perso la mamma, la prima cosa che le è venuta in mente è stata:”Mi sento persa io che ho 55 anni, non oso pensare al pianto di quella creatura che chiama incessantemente “mamy”. A. continua: “La gente a volte mi chiede ‘perché li difendi, portali a casa tua magari lo Stato ti paga un affitto e stai sicura’ . Sono quelle persone che, o non hanno conosciuto nemmeno uno dei mille volti della sofferenza, oppure pensano e parlano di cose che non conoscono”. Le chiediamo di raccontarci quello che i suoi occhi hanno visto: “Gente che arriva qui solo perché una nave li recupera poi vengono smistati come fossero pacchi postali. Sono uomini, donne e bambini come noi. Sa, lei forse non immagina l’enorme giro che ruota intorno a questi centri. Per esempio la cooperativa dove lavoravo io aveva la gestione del centro in subappalto. La cooperativa madre era la stessa che gestiva il più grande centro italiano. Per far quadrare i conti tagliavano su tutto ma sopratutto su quello che doveva andare ai migranti. Le faccio un esempio banale. Ha presente il sapone di Marsiglia, quello per lavare il bucato a mano? Ognuno dei migranti aveva diritto ad un mattoncino di sapone, invece questo veniva diviso in quattro parti. Non bastava. Il cibo era quasi tutti i giorni la stessa cosa, o riso in bianco condito con della margarina: nemmeno burro, margarina. Pasta in bianco o al sugo con ragù. Loro non mangiano carne, perché voler imporgliela? Persino i prodotti per l’igiene intima erano ridotti a meno dello stretto necessario. Per non parlare dei 5 euro al giorno che molti dicono intascano. Fosse davvero cosi! Glielo assicuro. E’ esattamente il contrario. Provate a vivere anche solo una settimana là dentro, chiusi in un posto da cui non sai se uscirai domani o fra un anno, vediamo quanti di noi resistono più di due giorni senza andare fuori di testa. Poi, c’è da precisare una cosa. Etiopi, Siriani, Eritrei, Nigeriani, Somali, loro sì sono liberi di uscire. Dopo tutte le procedure per la richiesta dello status di profugo o di rifugiato possono entrare e uscire dal C.A.R.A. Diversa è la posizione di Algerini, Tunisini e Marocchini. Questi sì andrebbero controllati subito. Specialmente i tunisini spesso sono loro stessi, per esempio, a gettar via i documenti per non esser identificati e in molti casi esser rimpatriati. Ma, mi lasci dire anche che i furbi e delinquenti non hanno una carta d’indentità specifica; sono in ogni dove”. Ascoltiamo A. pensando che non avrebbe motivo per prendere le difese di queste persone. Un pò come molti anche lei potrebbe dire: “La casa prima agli italiani, poi a loro se ne restano”. No, A. dice di non accettare questo genere di discriminazioni: “Io ho perso il lavoro per un cambio di gestione del centro. Sa, come ho detto prima gli interessi son molti, si prende l’incarico a prezzi stracciati, i conti non tornano e quando cominci a chiedere adeguamenti allora basta una telefonata e come per magia il lavoro passa ad un altra cooperativa. Oggi al posto della cooperativa dove io lavoravo c’è una cooperativa che fa capo ad una grossa organizzazione di volontariato. Si lucra anche su questo. Ecco, dovremmo con convinzione protestare per scoperchiare questi coperchi di pentole lucrative. Allora, perché io per mancanza di commesse sono stata licenziata, devo scagliare la mia rabbia su altri esseri umani che colpe non hanno se non quelle di esser nati nel posto sbagliato della terra e di esser arrivati in uno che bene che vada li sopporta ma basta che non li veda?” Siamo precipitati tutti nel vortice dell’intolleranza e, come dice A. E.: “Ieri la nostra situazione economica non la vedevamo traballare, per questo “non ci davano fastidio”. Forse non ci siamo resi conto o non abbiamo voluto vedere arrivare la crisi, per questo gli immigrati, per esempio in spiaggia, nei parcheggi degli ospedali o in quelli dei centri commerciali, ci erano quasi indifferenti. Anzi, io sono certa che spesso in spiaggia, per esempio, li abbiamo pure chiamati: “Mustafà, vieni, quanto costa questo, quanto costa quello?” e in tanti casi abbiamo pure riso a parlar loro in dialetto stretto e/o magari insegnar loro anche qualche parolaccia.” Oggi ci danno fastidio. O forse ci da fastidio prender coscienza di esser intolleranti e spesso senza cuore. Non è buonismo quello di A.E., potrebbe esser cattiva, ma conosce e sa cosa significa la sensazione di esser senza lavoro, senza soldi, con un futuro incerto: “Ma non è su questa povera gente che devo sfogare la mia rabbia”. Cos’altro aggiungere. Ascoltarla in silenzio mentre parlava, vi assicuriamo, lascia un sapore amaro in bocca; pensi a mafia capitale e hai la consapevolezza che fino a ieri tutti sapevano ma conveniva zittire e il “voglio dire la mia” di questa donna, per favore, siano di monito a coloro che lucrano sulla vita umana in qualunque parte del mondo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...