L’ Inqualificabile gesto del Senatore Barani.

di Antonella Soddu
Quanto accaduto ieri nell’aula del Senato, dove erano in discussione gli emendamenti alla riforma del Senato, è inaccettabile. E’ un’azione politica il cui linguaggio è frutto dell’inopportunità della presenza in quegli scranni di eletti/nominati indegni di rappresentare le istituzioni. Oggi, questi stessi, pretendono di violentare la Carta Costituzionale adducendo motivazioni che vanno dalla necessità del cambiamento dell’architettura dello Stato alla improbabile devozione ai poteri forti della UE. In nome, in generale, del luogo comune che il bicameralismo esiste solo in Italia. In tutto questo contesto, ieri, in aula, il Senatore Barani, verdiniano e recente stampella renziana, ha pensato bene di mimare il gesto di un rapporto sessuale orale rivolto alla Senatrice M5s Barbara Lezzi. Basta! Avete compreso o no che la stragrande maggioranza degli italiani è stanca di queste becere scenate da osteria che mostrano agli occhi del mondo un Italia di indecenti ? Un gesto eloquente che dimostra la bassa considerazione che la cultura maschilista italiana ha delle donne in carriera, oggi più che mai. A ben vedere, gesti come quello del Senatore Barani sono quotidiani in ogni dove. Palesano un male tutto italiano nei confronti di tutte le donne che scelgono la carriera – in questo caso politica. Sono inaccettabili tutti i comportamenti che non solo sono palesi offese alla persona ma, di fatto, anche verso tutta la collettività. Qui, pertanto ,è da condannare a prescindere anche la giustificazione “siccome lo hanno fatto anche loro in altre occasioni, lo facciamo anche noi”. Perché nelle ultime ore, alle polemiche e alle prese di posizione di molti esponenti di ogni partito, si esprimono anche pareri che vertono perlopiù ad un ragionamento tipico dei bambini che fanno ii dispetti o si ribellano al rimprovero con la frase –“L’ha fatto anche lui”. Molti portano l’esempio di Grillo che tempo fa diede della vecchia puttana a Rita Levi Montalcini, come a dire: “che c’è di male, il loro leader spirituale ha solo dato della vecchia puttana al premio Nobel per la medicina!” Ma se uno è cafone per forza di cose si deve seguire il suo esempio? E ancora, tirano in ballo quel che – sempre dentro un aula istituzionale come la camera – un anno fa il deputato M5s Massimo Felice De Rosa rivolgendosi alle deputate colleghe del Pd in commissione giustizia alla Camera , disse: “Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare i pompini”. De Rosa si difese asserendo che non era sua intenzione. Anzi, nello specifico disse: “Dicono il falso. Ho detto che qua dentro [in commissione, ndr] sono entrati solo perché conoscevano qualcuno di importante o avevano fatto qualche favore sessuale. Mi riferivo a tutti: uomini e donne. Non mi riferivo a nessuno in particolare, neanche alla Moretti”. Un vile tentativo di giustificarsi ne più e ne meno diverso dall’altrettanto vile tentativo vile del Senatore Barani: “Sono stato frainteso, facevo il gesto di un microfono”. E com’è il gesto del microfono? Insomma, c’è poco da dire, maschilismo e discriminazione da condannare a prescindere da chi proviene il gesto. Gesti, azioni, parole, linguaggio in generale che non hanno nessuna giustificazione e che non rendono nessuno intoccabile quando si tratta di mancanza di rispetto in generale non solo verso le donne. Sono inaccettabili tutti i comportamenti che, non solo sono palesi offese alla persona ma, di fatto, anche verso tutta la collettività. Qui, pertanto, è da condannare a prescindere anche la giustificazione “siccome lo hanno fatto anche loro in altre occasioni, lo facciamo anche noi”. Qui è una questione di rispetto che non c’è e lo spiega bene nel suo intervento seguito alla bagarre venutasi a creare, anche dopo le giuste protesta della Senatrice Lezzi, il Senatore del Psi Enrico Buemi – “Signor Presidente, già nei giorni scorsi ho posto una questione che mi sento di ribadire con forza: questa non è una piazza, in cui ci sono manifestazioni di consenso o di dissenso; questo è il Senato della Repubblica. E nel Senato della Repubblica ci sono regole scritte e comportamenti che devono essere richiesti a tutti, in maniera generalizzata senza concedere a nessuno, a me per primo, di derogarvi. La collega De Petris ha posto il problema della cultura e del rispetto verso le donne e sono assolutamente d’accordo; però in quest’Aula, cari colleghi, manca la cultura del rispetto e basta, non solo del rispetto verso le donne. In questi due anni di legislatura ne ho viste e sentite di tutti i colori e non è stata presa una sola misura adeguata a fare in modo che non si perpetuassero questi comportamenti. Ognuno di noi è responsabile dei propri atti. Non voglio difendere il collega Barani. Ero distratto e non ho visto la vicenda, però credo ci siano le registrazioni d’Aula e quindi ha fatto bene la collega Fedeli a porre la questione nelle sedi opportune. Tuttavia, signor Presidente, troppe volte siamo stati insultati nella nostra dignità personale e la Presidenza del Senato o gli organi del Senato non hanno preso alcuna posizione sanzionatoria nei confronti di coloro che si sono abbandonati e si abbandonano quotidianamente a comportamenti che non sono da Aula del Senato e neanche da osteria. Sono comportamenti da osteria di periferia.” Detto ciò, pensiamoci bene; questa gente sta stuprando la Costituzione Italiana.

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Barani, levati quel garofano dalla giacca

di Antonella Soddu

Insomma, basta! Lo dico da socialista da sempre convinta; Ogni volta che da parte di deputati e senatori si palesano atteggiamenti beceri, puntualmente di tirano in ballo i socialisti craxiani. Basta, una buona volta, basta! Lasciate in pace i socialisti, non paragonate questo manipolo di inetti odierni al socialismo e nemmeno a quanti hanno dato l’anima per l’ideale del socialismo. Non si può paragonare Barani o altri avventori da osteria di periferia a gente come Craxi stesso. Non significa nulla che questo signore sia stato un craxiano, a Craxi e ad altri uomini della politica passata, non sarebbe mai passato per la mente di assumere in aula comportamenti che chiamare immondi è riduttivo. Non se ne può davvero più. E’ ora di prendere ferma posizione sull’evidente sempre più diffusa abitudine di usare il nome di Craxi sempre a voler portare esempio di squallore politico. A ben vedere le cose, Craxi fu l’unico che si assunse le proprie responsabilità e fu anche l’unico che venne fatto fuori Inesorabilmente ed oggi più che mai ingiustamente.12039562_690179541084338_6250910115614545111_n

Intervento in aula di Michele Piras nel corso della Seduta alla Camera dell’ 11 Maggio 2015

di  Michele  Piras

Grazie, Presidente. Colleghi, esponenti del Governo, mi viene in mente una metafora, pensando alla mia terra, che è quella di un muro che, poniamo, sia alto 1,70 metri. Dietro quel muro c’è un ragazzo di 1,75 metri e un bambino di 1,30 metri. Entrambi sono liberi, in via teorica, di guardare oltre quel muro che cosa c’è. È del tutto ovvio che solo uno effettivamente può farlo ed è il ragazzo alto 1,75 metri.

Io mi rendo conto che la metafora dell’altezza, parlando di Sardegna, forse per ciò che si dice di noi sardi, possa essere anche ironica e, tuttavia, forse anche l’ironia ci sta, dato che io debbo ammettere, in quest’Aula, che da qualche tempo a questa parte provo un’intolleranza piuttosto accentuata rispetto alla politica e ai politici che descrivono la crisi, che citano le cifre, i numeri, i casi, gli esempi della crisi. Forse, perché di questi tempi, ad esito di una delle crisi più lunghe, la crisi più lunga dal secolo scorso ad oggi che abbia mai colpito l’Occidente e questo Paese, io credo che ogni famiglia, ogni persona sappia che cos’è la crisi, perché la vive nelle proprie case, perché l’avverte sulle proprie viscere, perché ciascuno ha un familiare che non ha lavoro, che è precario, che rischia di perderlo, che lo potrebbe perdere domani, perché ciascuno conosce – e tanto più nella mia terra – che cosa vuol dire l’emigrazione, come fu per mio padre nel 1960, per mia madre nel 1962, per i miei nonni, come fu per intere generazioni che si videro ingiustamente costrette a lasciare la loro terra, da tutto il meridione e anche dalla Sardegna.

 

Io credo che il punto che bisognerebbe affermare sia un altro, perché, se noi scioriniamo i numeri della crisi, c’è sempre qualcuno che ti dice che è più in crisi di te. A giudicare, ad esempio, dal crollo del PIL nella mia regione, si potrebbe dire che ci sono altre regioni che hanno perso più PIL della Sardegna. Sui numeri della disoccupazione c’è una concorrenza che non può essere giocata sulle spalle delle persone e sulle condizioni materiali delle persone.

Allora, io penso che il punto sia il muro, il punto sia summum ius summa iniuria, come avrebbe detto Cicerone, cioè che, quando una norma, un diritto, pur affermato, non tiene conto delle specificità di un contesto, non tiene conto delle condizioni concrete e materiali nelle quali questo diritto si dovrebbe poter esercitare o quella condizione specifica dà, io credo che in quel medesimo istante si commette un’ingiustizia, pure quando il diritto teoricamente sembrerebbe perfetto. Questo è un po’ quello che le regioni meridionali – e anche la mia – sicuramente avvertono in ordine a quello che è successo in questi anni, anche a seguito, diciamo, di un’omogeneizzazione senza capacità di tener conto delle specificità delle dimensioni locali, imposteci, ad esempio, dall’Europa cui l’Italia fa seguito.

La mia è una terra di un’irrisolta specificità, che va da sé, quella geografica e fisica, che si vede, insomma, perché è un’isola.

Diceva Emilio Lussu: è l’unica isola d’Italia. Non per fare torto ad altre, ma perché, in qualche maniera, culturalmente, oltre che socialmente ed economicamente, differente. La specificità della questione sarda, così come lo era per Gramsci, è per me qualcosa di diverso dalla questione meridionale, qualcosa di diverso dalle altre grandi questioni che ci sono in questo Paese. Non da mettere prima e in testa: da mettere al pari delle altre nell’agenda di un Governo come grande questione nazionale.

Ed è questa specificità, il nucleo della crisi in Sardegna, che, probabilmente, per limiti nostri, di noi rappresentanti di quel popolo in quest’Aula, o forse per scarsa capacità di cogliere la profondità di quella crisi, che i miei colleghi continentali non riescono a capire fino in fondo; a cogliere sì, ad ascoltare certo, a capire fino in fondo credo di no. Ed è sicuramente demerito nostro, non demerito di qualcun altro, se non riusciamo a spiegarla; è demerito nostro.

La Sardegna è una terra straordinaria, una terra di grandi bellezze, di grande fascino, di grandi potenzialità inespresse. Anche qui mi viene in mente una metafora ridicola: noi abbiamo un treno, detto «superveloce», parcheggiato alla stazione di Cagliari, che è stato acquistato su decisione di una giunta di qualche tempo fa, commissionato. È arrivato in questi ultimi mesi, è fermo alla stazione di Cagliari: dovrebbe percorrere la tratta Cagliari-Sassari in due ore. È fermo alla stazione di Cagliari causa linea ferroviaria sabauda; sabauda perché quella è rimasta da quando l’hanno costruita ed è rimasta precisamente nella stessa percentuale assolutamente inferiore alla dotazione infrastrutturale di ferrovie del resto delle regioni d’Italia.

Quel treno è fermo: vorrei, ma non posso; ho la potenzialità, ho il pane, ma non ho i denti. Questa è un po’ la cosa che fa rabbia della mia isola: è un’isola di grande potenzialità inespresse, perché nessuno si dispone nell’ottica di pensare che quella terra è irrisolvibilmente diversa, vive una condizione irrisolvibilmente diversa rispetto alle altre regioni d’Italia.

 

PRESIDENTE. Scusi, onorevole Piras. Onorevole Centemero !

 

MICHELE PIRAS. E allora da qui bisognerebbe partire, da una politica che tenga conto di quella specificità. Qui non veniamo a portare i cahiers de doléances, non siamo alla rivendicazione ottocentesca. Ciò che si chiede è di essere messi nelle condizioni – come altri, non più di altri, ma neanche meno – di esercitare il proprio diritto allo sviluppo, il proprio diritto al benessere, il proprio diritto all’autodeterminazione.

E, quando in quest’Aula o nei dibattiti politici si mette in discussione la specialità

dell’isola sul piano costituzionale, mi arrabbio, altri si arrabbiano, perché, in passato, ce ne sono volute di lotte per l’emancipazione di un popolo, per l’affermazione della parità di diritti di un popolo, per ottenere quello Statuto speciale, e ce ne sono volute di rinunce.

Allora, il dramma della Sardegna non è solamente la crisi: nel 1984 Enrico Berlinguer, nella sua ultima visita in Sardegna, in una delle sue ultime visite pubbliche prima del tragico comizio di Padova, sbarcò in Sardegna e parlò di crisi, nel 1984 ! La crisi è una cosa, la desertificazione è un’altra. Esiste un bellissimo testo, di cui consiglierei la lettura: è un testo di sociologia economica, che analizza quella che è stata la vicenda economica in Sardegna dal secondo dopoguerra ad oggi, del professor Gianfranco Bottazzi dell’Università di Cagliari, che sostiene la tesi, che, a ben vedere, è vera, che la Sardegna, nel secondo dopoguerra, sia stata la regione d’Italia – sembrerebbe un paradosso – che più rapidamente è cresciuta, che più rapidamente si è trasformata.

Quella trasformazione economica possente, arrivata attraverso i piani di rinascita, ha talmente profondamente e rapidamente trasformato la struttura economica, sociale e culturale, e poi anche quella politica, della mia isola che non ha dato il tempo neanche ai sardi di sostituire la cultura tradizionale con un nuovo modello culturale, forse anche perché nelle condizioni di farlo, anche qui, non siamo stati messi mai.

Non ci è stato dato il tempo. Così repentino, quanto lo sviluppo della Sardegna, è stato il crollo di quel sistema produttivo retto e foraggiato dal sistema delle partecipazioni statali, dall’immissione di risorse pubbliche nell’economia. C’era la crisi nel 1984 e non ci si è mai occupati di una cosa che precipitava. Oggi, al precipitare altrettanto rapido, nel giro di una decina d’anni, di tutto il sistema produttivo sardo, ci si ritrova non solamente con la desertificazione economica, ma ci si ritrova in una crisi psicologica di proporzioni enormi che sta portando i sardi o al rinchiudersi a casa o a fuggire dall’isola o, comunque, ad esprimere una rabbia che anche – senza giustificazione – nel moltiplicarsi degli attentati, nella recrudescenza del fenomeno degli attentati nei confronti degli amministratori pubblici, è del tutto evidente.

Allora, su questa crisi, su questa desertificazione, su questo stato di cose, credo che serva un’azione forte da parte del Governo nazionale, serva il riconoscimento, serva il sostegno, serva l’elaborazione, insieme all’Europa, di norme specifiche che consentano ai sardi di esercitare il diritto allo sviluppo e all’autodeterminazione, altro non ci può essere (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà) !

 

SORIAL CONTRO FIANO

di Antonella  Soddu

Devo dirlo. Ad Agorà Giorgio Sorial ha sapientemente sbugiardato il deputato Pd Emanuele Fiano (presente in studio) in merito alla legge di stabilità approvata a dicembre del 2014 e vigente per il 2015. Fiano ha negato il taglio di 1,4 miliardi di euro ai Comuni e di 4,3 miliardi alle regioni deciso dal governo Renzi. E, cosa più grave, ha affermato che tali provvedimenti non esistono in quanto ancora non c’è la legge di stabilità 2015. Sottolineando che la legge di stabilità approvata a dicembre 2014  è invece attualmente già in vigore, Sorial ha rammentato a Fiano  la protesta dei sindaci italiani, Piero Fassino in testa. Ovviamente Fiano, a dicembre del 2014 non era in Parlamento.

Italicum. Come funzionerà ?

di  Antonella  Soddu

Lunedì 4 maggio 2015. Segnate questa data. Entrerà nella storia come il giorno dell’Italicum. Nome voluto direttamente da Renzi che lo usò il giorno della presentazione. Presenti 399, Votanti 395, Astenuti 4, Maggioranza 198, Favorevoli 334, Contrari 61 . Approvato.

 

Così si leggeva sul tabellone dell’aula del Parlamento. Sel, Forza Italia, fratelli d’Italia, M5s sono usciti fuori dall’aula. Ora che è approvato, potrà entrare in vigore dal 1 Luglio 2016. e sarà applicato solo alla Camera dei Deputati. Come ha detto Benigni oggi: “siete fortunati che oggi il Senato ancora esiste”.

 

Vediamo di capire meglio; l’Italicum è un sistema elettorale proporzionale e il calcolo sarà su base nazionale, nello specifico il numero dei seggi verrà assegnato in proporzione al numero dei voti ricevuti. Nei due sistemi pensati per garantire la cosiddetta “Governabilità”, ci sarà il premio di maggioranza o doppio turno. Nel caso la lista più votata ottenesse almeno il 40% dei voti, potrà ottenere un premio di maggioranza. Il premio di maggioranza verrà assegnato alla lista che otterrà 340 seggi su 617. Quindi il 55% dei seggi. Qualora nessun partito o coalizione arrivasse ad ottenere il 40%, si andrà al secondo turno per assegnare il premio di maggioranza. Al secondo turno potranno accedere le due liste più votate al primo turno. La lista vincente otterrà in questo caso il 53% dei seggi vale a dire 327 deputati. Nell’intermezzo tra il primo e il secondo turno non sarà possibile fare i cosiddetti apparentamenti.

 

Potranno esser fatte le candidature multiple, cioè i capolista potranno esser collocati in più liste dei collegi elettorali, questo succedeva anche nel porcellum, fino ad un massimo di 10 collegi. Per quanto concerne le soglie di sbarramento si è andati incontro ai piccoli partiti prevedendo una distribuzione dei seggi su base nazionale ma al riparto avranno modo di accedere solo le liste che superano la soglia di sbarramento del 3%. Insomma, le opposizioni, quelle vere, hanno fatto di tutto per scongiurare questa legge; alla fine, l’Italicum ha tagliato il traguardo e il Presidente Renzi ha twittato in diretta: “Impegno mantenuto, promessa rispettata. L’Italia ha bisogno di chi non dice sempre no. Avanti con umiltà e coraggio!”.

 

Sì, anche noi pensiamo che l’obbiettivo sia stato raggiunto, e tanto anche. Crediamo che abbia partorito una elettorale fatta su misura che gli consentirà il controllo del Parlamento, una minoranza di voti che diventano maggioranza per poi consentire anche il governo delle istituzioni. Fuori dai loro progetti ci sono i Gufi, ma molti italiani sono fieri di esser gufi. Già, forse facciamo parte di quella schiera che nei pensieri di alcuni diciamo sempre no, ma noi ci sentiamo di far parte di quella schiera che invece ha lottato con ogni mezzo democratico possibile per quel “si può migliorare”. In fondo le chiedevano le opposizioni, lo chiedeva la minoranza Dem. D’altra parte crediamo di poter dire che si è scelto ad ogni costo, anche esautorando il Parlamento e ponendo in esser azioni squadriste, come l’espulsione, perché di questo si tratta, dei dieci componenti dissidenti pd nella commissione, di percorrere la strada per aver una legge elettorale una volta per tutte. Equivale a dire togliamo il porcellum e teniamoci il porcellino.

 

Non ci resta che sperare nel buon senso di Mattarella, colui che da Giudice della Corte Costituzionale aveva decretato l’incostituzionalità del porcellum (visto il prolungato silenzio, appare poco probabile). Pur coscienti del fatto che la maggioranza che ha eletto il Presidente della Repubblica è la stessa che ha approvato questo scempio, ci vien difficile pensare che Mattarella possa rinviare alle camere. La fiducia perché ciò avvenga è la minimo. Proviamo almeno a coltivarla ricordando l’intervento di Mattarella, quello del 2005, quando ricopriva la carica di Parlamentare, in cui accusò Berlusconi di approvare le riforme costituzionali a colpi di maggioranza. Oggi 334 voti favorevoli, sono pochi, si, sono poco più della metà dei deputati. Una maggioranza inadeguata per una legge elettorale che non è solo una questione di partiti ma è, o meglio, doveva tornare ad essere, una questione per tutti gli italiani. Infine, oltre al fatto della maggioranza inadeguata, sono altre le questioni di merito per cui il Presidente della Repubblica dovrebbe rispedire indietro il testo approvato oggi. Vediamo, altrimenti non ci resta che sperare nel referendum.

Cose strane nell’Italia che cambia

di  Antonella  Soddu 11162083_635714463197513_3115918555764993643_n

Cose strane della ‪#‎bellaitaliachecambia‬. Gli amministratori pubblici hanno imparato l’arte del sapersi arrangiare. E allora per sfatare il mito della nazione europea fanalino di coda per le piste ciclabili in città o in periferia, ecco arrivare l’idea del comune di Elmas. Come fa notare un mio contatto su face book, Andrea Andrillo – “Non hai spazio per la pista ciclabile ma fa figo dire che l ‘hai realizzata? Ma falla sul marciapiede, peggio per chi non va in bici! Questa e’ a Elmas. Tra l’altro, come anche a Cagliari, per es. in Via dei Conversi, la pista comincia nel nulla e finisce nel nulla. Ti porti la bici nel bagagliaio dell’auto, la tiri fuori, percorri i tuoi 200 metri in bici e poi quando finisce la pista nel mezzo di una strada trafficata o ti infili fra le macchine e gli dimostri che non temi la morte o rimetti la bici nel bagagliaio e pace. Però la pista c’è, eh! Soluzioni all’italiana per riuscire contemporaneamente ad ostentare dei risultati e a realizzare coglionate tremende.” Eh si, Andrea, cose improvvisate, o meglio cose dell’altro mondo

Consiglio regionale sardo. Pagati per stare come al bar di un quartiere popolare.

di Antonella Soddu

Martedi scorso ho avuto modo di seguire, come pubblico uditore, insieme ad altri due miei colleghi disoccupati, ai lavori del Consiglio Regionale della Sardegna. Nel corso della seduta del Consiglio regionale n.101 del 28/04/2015 . Mi era già capitato altre tre volte in precedenti anni, però, ahimè, a malincuore devo dire che quel che ho visto e subito, sia io che le altre due persone che erano con me, ha davvero dell’incredibile; però è doveroso raccontare i fatti. Siamo entrati con entusiasmo in quel luogo istituzionale, che rappresenta il parlamento sardo e ha comunque qualcosa di suggestivo e meritevole di rispetto. Ci siamo accomodati, e abbiamo seguito passo, passo, ogni passaggio , dalla lettura del verbale della precedente seduta, alla lettura dell’ordine del giorno che comprendeva 5 mozioni di maggioranza e opposizione inerenti il “no al deposito delle scorie nucleari in Sardegna”. Il primo pensiero che ha attraversato la mia mente è stato –“sarebbe bastata un’unica mozione sottoscritta all’ unanimità da tutti i consiglieri regionali anche considerato il fatto che loro stessi alla fine si sono tutti dimostrati d’accordo all’unisono ma ognuno con una per gruppo consigliare. Ma alla fine quest’ultimo particolare è ben più importante per loro. Tutti possono dire d’aver presentato una mozione come gruppo.” Ciò detto, rilevo che a nessuno, anche in considerazione del particolare e significativo giorno per la Sardegna – “sa die de sa sardigna” – ricorrenza importante per il popolo sardo, è venuto in mente di presentare una mozione unisona riguardante la tematica del lavoro e della grave crisi economica che sta affossando la Sardegna. Roba di poco conto. Per un attimo questi pensieri hanno distolto la mia attenzione dal vedere quanto stava accadendo in aula. Come automa mi sono rivolta alla mia collega bisbigliando –“no, dai, 5 mozioni tutte uguali e nessuna sul lavoro”. Alle mie spalle ho sentito una voce, era il commesso – “Non potete parlare”. Già, ma io non sto urlando, stavo solo chiedendo una cosa alla mia collega. “E’ il regolamento”. Vabbè, torno ad ascoltare il dibattito, osservo; nei banchi proprio sotto gli spalti riservati al pubblico uditore il gruppo Sel, i consiglieri Pizzutto, Agus, Lai ( quest’ultimo anche vice presidente del consiglio regionale ) e quelli di centro democrati, Roberto Desini e Anna Maria Busia. Balza subito agli occhi la particolare poca attenzione che il Consigliere Pizzuto e il Consigliere Agus prestano alla discussione. Il primo ha il tablet ben piazzato sul banco e fa scorrere abilmente le dita su notizie e altro, apre link, legge, etc. I commessi gli portano da firmare un documento, quasi senza guardarlo lo firma. Il secondo fa altrettanto, ma oltre al tablet ha con se due bei cellulari. Anche lui firma il documento non lo guarda, come automa firma. Per dovere di cronaca, Desini e Busia, ascoltano attenti quanto avviene in aula. Busia in particolare chiede al commesso di lasciarle il documento per prenderne lettura. Penso da subito che sia un caso isolato. Infatti voltandomi verso l’emiciclo alla mia sinistra quel che vedo è anche peggio. Gente letteralmente sbragata al banco, gente che chiacchiera poggiato ai banchi come al bancone di un bar. Ridono, rispondono al telefono, passano da un banco all’altro per far cosa poi non ho ben compreso. Tutto questo mentre i capigruppo di ogni partito espongono la loro mozione. Tutti distratti fino a quando tocca il loro turno. Di nuovo torno a dire, sottovoce, alla mia collega -“incredibile”. Di nuovo la voce alle mie spalle, il commesso – “non potete bisbigliare”. Ma… – “è il regolamento”. Come il regolamento, ma per quel che sta avvenendo laggiù non c’è un regolamento ? Non mi risponde. A quel punto alla mia collega viene in mente – “forse se prendo un post-it posso scrivere”. Torna la voce – “non potete nemmeno scrivere, vi allontano dall’aula”. Ci guardiamo negli occhi come a dire – “sta accadendo davvero ?” Comunque, nel frattempo la lettura delle mozioni è terminata e si passa alle dichiarazioni di voto. Due per l’esattezza, uno per dire che si astiene in quanto ritiene inutile l’aver presentato 5 mozioni tutte uguali. Gli altri due per criticare uno il PD che ha osato dire che il no alle scorie nucleari è una battaglia di sinistra, l’altro per ribadire che è una battaglia del popolo sardo il quale con il referendum del 2009 ha detto no con il 97%. Il Presidente Ganau annuncia il voto elettronico, in men che non si dica tutti tornano al loro posto e votano . Tutte le mozioni passano, 45 si e due astenuti. Incredibile ! Ma lo è di più quel che accade dopo quando chiede di intervenire sull’ordine dei lavoro il consigliere Desini – “Presidente, chiedo scusa, un ragguaglio sull’ordine dei lavori, siccome in Conferenza dei Capigruppo ci siamo lasciati che bisognava verificare con i Capigruppo se c’era la disponibilità per discutere la proposta di legge numero 126, e da una sua comunicazione mi pare che i Capigruppo di minoranza non intendono accogliere la proposta di discutere il PL 126. E allora io Presidente, se lei mi conferma quanto io sto affermando…” Il Presidente Ganau – “Si è cosi !” Desini prosegue –“ Allora io le dico, voglio pubblicamente dichiarare che la minoranza non ci sta dando la possibilità di discutere una legge per salvaguardare gli interessi degli studenti sardi e pertanto, Presidente, abbandono i lavori dell’Aula perché non ritengo che sia corretto, perché le altre Regioni l’hanno fatto, noi dimostriamo di non saper tutelare i nostri interessi.” La Proposta di legge a cui Desini fa riferimento è questa – http://consiglio.regione.sardegna.it/…/Disegni%2…/PL126A.asp – PROPOSTA DI LEGGE N. 126/A – La cosa incredibile è che la stessa è stata presentata il 15 ottobre 2014. “L’obiettivo di questa legge è volto a cambiare i requisiti aggiuntivi per concorrere alla formazione specialistica medica in Sardegna, ovvero delle borse regionali riservate e finanziate con risorse rese disponibili dalla Regione autonoma della Sardegna, così come previsto alla lettera a) dell’articolo 5 dello Statuto speciale della Sardegna e dalla legge regionale 31 marzo 1992, n. 5 (Contributo alle Università della Sardegna per l’istituzione di borse di studio per la frequenza delle scuole di specializzazione delle facoltà di medicina e chirurgia)”. Tutto ciò detto, quel che è accaduto in aula dimostra la poca propensione a voler attuare degli interventi che possano, in questo caso specifico, favorire gli studenti sardi. Nello specifico , sottolineo e rimarco le parole di Desini – “la minoranza non ci sta dando la possibilità di discutere una legge per salvaguardare gli interessi degli studenti sardi e pertanto, Presidente, abbandono i lavori dell’Aula perché non ritengo che sia corretto, perché le altre Regioni l’hanno fatto.” Esilarante l’intervento del consigliere Pittalis ( lui è il Casini sardo ) – “Stiamo parlando di un provvedimento rispetto al quale qualche Gruppo ha chiesto qualche pausa di riflessione. Provvedimento che è pervenuto in Aula neppure qualche secondo o minuto fa, perché non tutti fanno parte di quella Commissione, onorevole Desini. Si trattava allora di avere un attimo di pazienza, verificare se sussistevano le condizioni per discuterlo”. Cioè, per intenderci, Pittalis chiede una pausa di riflessione, un attimo di pazienza per verificare se sussistano le condizioni per discuterlo consapevole del fatto che la proposta di legge presentata quasi un anno fa, approvata in commissione, che ha anticipato un bando uscito e in scadenza, dovrà esser discussa in prossime sedute del consiglio regionale a bando scaduto. In sostanza, quello che le altre regioni italiane hanno già approvato da tempo a garanzia del diritto di studio degli studenti, il nostro consiglio regionale vuole ancora una pausa di riflessione per dire si o no. A noi schifati cittadini che udiamo quanto accade in aula nel merito, tutto ciò appare incomprensibile. Come si può ? La mia collega tira fuori dalla borsa una bottiglietta d’acqua, se la porta elegantemente alle labbra e ne beve un sorso; torna la voce alle nostre spalle – “non potete bere”. Come non possiamo bere ? Possiamo almeno respirare ? -“Se non vi attenete al regolamento sono costretto ad allontanarvi. Per fortuna un consigliere chiede una pausa di 2 minuti. La seduta è sospesa per due minuti. “Vi devo chiedere di uscire, quando la seduta è sospesa si esce fuori”. Non si preoccupi, gli dico, stavamo già pensando di uscire da soli per bere e prendere aria. Mi raccomando, dopo metta un po d’ordine in aula. Perché quel che abbiamo visto è davvero un insulto al popolo sardo che paga questi signori per stare come al bar di un quartiere popolare.