IO, EX LAVORATRICE AL C.A.R.A.

di Antonella Soddu
“Voglio parlare, dire la mia.Voglio farlo, dopo aver visto la tenera e allo stesso tempo drammatica immagine di quella bimba migrante in braccio al papà con stretto il mano il suo orsacchiotto. Voglio parlare, dire la mia, per tutti quelli che non sanno e non immaginano eppure condannano, sentenziano, emarginano, in nome di qualcosa che non esiste; il diritto di venire prima degli altri”. Esordisce cosi, A. E. 55 anni, ex dipendente di una cooperativa sociale che fino a 5 anni fa ha lavorato presso un C.A.R.A. del sud Italia. “Non faccio retorica se dico – ho visto cose che voi umani … – oggi sono disoccupata, a 55 anni non è molto facile trovare un lavoro. Quando si esce dal giro ad un età cosi avanzata, allora avevo 50 anni, poi non si più considerati forza lavoro. E alla fine subentrano tante sensazioni contrastanti. Rabbia, delusione, impotenza, a volte anche rassegnazione”. Sentimenti e emozioni che emergono anche attraverso la voce pacata dei A.E., dai sui occhi lucidi quando ricorda la mamma recentemente scomparsa. “Ho perso il lavoro, e non riuscendo più a pagare l’affitto sono dovuta tornare a casa di mia mamma. Abbiamo cercato di aiutarci a vicenda. Poi, cinque mesi fa, mamma è mancata”, s’ interrompe, le lacrime solcano il visto provato di questa donna cui è rimasta ancora la dignità per dire: “Non ho ancora realizzato il dolore, sento solo un grande vuoto. Non chiedo molto, solo aver un lavoro per poter mangiare, pagare le tasse, tornare a casa e poter dormire la notte senza il pensiero fisso che forse domani potrei trovarmi in strada”. Ma A. E. , vuole parlare anche della sua esperienza di lavoratrice al C.A.R.A. e ci racconta che vedendo le immagini di quella bimba che ha perso la mamma, la prima cosa che le è venuta in mente è stata:”Mi sento persa io che ho 55 anni, non oso pensare al pianto di quella creatura che chiama incessantemente “mamy”. A. continua: “La gente a volte mi chiede ‘perché li difendi, portali a casa tua magari lo Stato ti paga un affitto e stai sicura’ . Sono quelle persone che, o non hanno conosciuto nemmeno uno dei mille volti della sofferenza, oppure pensano e parlano di cose che non conoscono”. Le chiediamo di raccontarci quello che i suoi occhi hanno visto: “Gente che arriva qui solo perché una nave li recupera poi vengono smistati come fossero pacchi postali. Sono uomini, donne e bambini come noi. Sa, lei forse non immagina l’enorme giro che ruota intorno a questi centri. Per esempio la cooperativa dove lavoravo io aveva la gestione del centro in subappalto. La cooperativa madre era la stessa che gestiva il più grande centro italiano. Per far quadrare i conti tagliavano su tutto ma sopratutto su quello che doveva andare ai migranti. Le faccio un esempio banale. Ha presente il sapone di Marsiglia, quello per lavare il bucato a mano? Ognuno dei migranti aveva diritto ad un mattoncino di sapone, invece questo veniva diviso in quattro parti. Non bastava. Il cibo era quasi tutti i giorni la stessa cosa, o riso in bianco condito con della margarina: nemmeno burro, margarina. Pasta in bianco o al sugo con ragù. Loro non mangiano carne, perché voler imporgliela? Persino i prodotti per l’igiene intima erano ridotti a meno dello stretto necessario. Per non parlare dei 5 euro al giorno che molti dicono intascano. Fosse davvero cosi! Glielo assicuro. E’ esattamente il contrario. Provate a vivere anche solo una settimana là dentro, chiusi in un posto da cui non sai se uscirai domani o fra un anno, vediamo quanti di noi resistono più di due giorni senza andare fuori di testa. Poi, c’è da precisare una cosa. Etiopi, Siriani, Eritrei, Nigeriani, Somali, loro sì sono liberi di uscire. Dopo tutte le procedure per la richiesta dello status di profugo o di rifugiato possono entrare e uscire dal C.A.R.A. Diversa è la posizione di Algerini, Tunisini e Marocchini. Questi sì andrebbero controllati subito. Specialmente i tunisini spesso sono loro stessi, per esempio, a gettar via i documenti per non esser identificati e in molti casi esser rimpatriati. Ma, mi lasci dire anche che i furbi e delinquenti non hanno una carta d’indentità specifica; sono in ogni dove”. Ascoltiamo A. pensando che non avrebbe motivo per prendere le difese di queste persone. Un pò come molti anche lei potrebbe dire: “La casa prima agli italiani, poi a loro se ne restano”. No, A. dice di non accettare questo genere di discriminazioni: “Io ho perso il lavoro per un cambio di gestione del centro. Sa, come ho detto prima gli interessi son molti, si prende l’incarico a prezzi stracciati, i conti non tornano e quando cominci a chiedere adeguamenti allora basta una telefonata e come per magia il lavoro passa ad un altra cooperativa. Oggi al posto della cooperativa dove io lavoravo c’è una cooperativa che fa capo ad una grossa organizzazione di volontariato. Si lucra anche su questo. Ecco, dovremmo con convinzione protestare per scoperchiare questi coperchi di pentole lucrative. Allora, perché io per mancanza di commesse sono stata licenziata, devo scagliare la mia rabbia su altri esseri umani che colpe non hanno se non quelle di esser nati nel posto sbagliato della terra e di esser arrivati in uno che bene che vada li sopporta ma basta che non li veda?” Siamo precipitati tutti nel vortice dell’intolleranza e, come dice A. E.: “Ieri la nostra situazione economica non la vedevamo traballare, per questo “non ci davano fastidio”. Forse non ci siamo resi conto o non abbiamo voluto vedere arrivare la crisi, per questo gli immigrati, per esempio in spiaggia, nei parcheggi degli ospedali o in quelli dei centri commerciali, ci erano quasi indifferenti. Anzi, io sono certa che spesso in spiaggia, per esempio, li abbiamo pure chiamati: “Mustafà, vieni, quanto costa questo, quanto costa quello?” e in tanti casi abbiamo pure riso a parlar loro in dialetto stretto e/o magari insegnar loro anche qualche parolaccia.” Oggi ci danno fastidio. O forse ci da fastidio prender coscienza di esser intolleranti e spesso senza cuore. Non è buonismo quello di A.E., potrebbe esser cattiva, ma conosce e sa cosa significa la sensazione di esser senza lavoro, senza soldi, con un futuro incerto: “Ma non è su questa povera gente che devo sfogare la mia rabbia”. Cos’altro aggiungere. Ascoltarla in silenzio mentre parlava, vi assicuriamo, lascia un sapore amaro in bocca; pensi a mafia capitale e hai la consapevolezza che fino a ieri tutti sapevano ma conveniva zittire e il “voglio dire la mia” di questa donna, per favore, siano di monito a coloro che lucrano sulla vita umana in qualunque parte del mondo.

Non ci sono solo i due Marò

di  Antonella Soddu

Tre pescatori italiani da 92 giorni bloccati in Gambia. La causa, una rete da strascico con maglie 68 cm anziché 72. Arrestati,.poi messi agli arresti domiciliari in un albergo ( l’ armatore ha pagato la cauzione ), processati e prosciolti dall’alta corte del Gambia, non possono rientrare in Italia perché a loro non sono ancora stati resi i passaporti. Della vicenda si sta occupando l’ambasciata italiana in Senegal a stretto contatto con la Farnesina. In Gambia, infatti, non è presente ambasciata italiana.

Giornalisti dotati di pressapochismo

di  Antonella  Soddu

Appena dieci giorni fa il tg1 dando la notizia dell’ uccisione del 19enne di Orune, ha parlato di indagini difficili dovute all’omertà. Tre giorni fa la morte di un 19enne padovano. Si pensava fosse precipitato da una finestra in seguito a un malore. Alcuni evidenti segni sul corpo non compatibili con una caduta fanno aprire altri scenari nelle indagini. “Nessuno parla”, dice il tg1; che poi, alla fine, tradotto significa essere omertosi. Qualcuno sa ma non parla. Qual è la differenza in queste due morti? E per quale motivo nel primo caso si dice -“indagini rese difficili dall’omertà”, e nel secondo caso si dice -“indagini rese difficili perché nessuno parla” ?

Restiamo Umani anche sui social

DI ANTONELLA SODDU

 

E da ieri che leggo in certi commenti sul caso dell’infermiere sardo affetto da ebola, i volti della pochezza umana, della paura che si trasforma in meschinità, dell’esser umano che si trasforma nel verme più viscido. Io ultimamente sto pensando di rinunciare a leggere sulle pagine facebook dei quotidiani online perché sono diventate un centro di raccolta indifferenziata del genere umano. Questi alcuni commenti, che sinceramente incutono più paura dell’Ebola:

1 ) Non ho capito perché è venuto qua, non poteva curarsi lì?

2 ) Ma perché non è rimasto a farsi curare in Africa, giacché sono strutturati per contrastare l’ebola, anziché portare guai alla nostra comunità già in forte sofferenza?

3 ) Appunto “ci sono tanti sardi da aiutare qui, perché andare in Africa?”

4 ) Ho sentito che a Sassari ci sono tre persone in quarantena.

5 ) Alla Sardegna manca solo l’Ebola.

Sono i commenti meno indecenti. Il resto fortunatamente è stato rimosso da chi nella redazione ha ancora un minimo di buon senso. Mi domando, ma davvero è questo il mondo che viviamo tutti i giorni? Mi viene in mente una recente canzone, mi pare di Paolo Mengoni – “credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani”. Ebbene questi esser umani che hanno il coraggio di essere umani non si può certo ritrovarli in chi ha scritto, pensando davvero, i commenti di cui sopra. Mi son chiesta mille volte, ma hanno sentito qualche volta in tv la storia del paziente zero, il primo contagiato italiano? Forse no. O forse, peggio, hanno visto e sentito ma non hanno capito nulla né di cosa sia l’ebola, né di cosa sia il senso del fare volontariato. Era esattamente il 2 gennaio scorso il medico di Emergency Fabrizio Pulvirenti veniva dimesso dopo un mese di cure dall’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani”. Oggi Pulvirenti è tornato a fare il medico in ospedale, cura i pazienti di quella struttura ospedaliera e a oggi non è registrata la cosiddetta “unzione” come vorrebbe la logica dei commenti i cui probabilmente, invece, provengono da untori d’ignoranza. In conclusione, provo a fare un tentativo, forse vano, per rispondere alle domande; 1) L’Infermiere è rientrato in Italia e quando dopo un leggero malessere verificatosi, appena poco dopo ha capito che poteva aver contratto il virus, ha eseguito tutte le procedure previste dal protocollo, si è messo in autoisolamento. Non ha avuto contatti con nessuno ( tranne che nelle poche ore dopo il suo rientro a casa con tre dei suoi famigliari che allo stato attuale sono sotto regime di quarantena per le verifiche del caso ) ha chiamato il 118, dalla centrale operativa sono state attivate tutte le misure del caso ponendo in essere il protocollo vigente. 2 ) se i sintomi li avesse avuti quando era in Africa, non avrebbe potuto viaggiare perché anche in questo caso ci sono delle procedure che vanno eseguite alla lettera. Che dire, poi, dell’ennesima domanda – “ci sono tante persone da aiutare in Italia, perché andare in Africa? Credo davvero che chi fa questo discorso non abbia la benché minima idea di cosa sia fare il volontariato, dedicare un po’ del proprio tempo agli altri. In Italia non mancano i volontari; ci sono e sanno fare il loro dovere con dedizione e competenze. Sono stanca di ripeterlo, ho fatto volontariato per cinque anni in 118 e mio malgrado non ho potuto, evitate di fare degli interventi di soccorso a persone affette da malattie infettive. E’ la stessa centrale operativa che, contattata dal paziente, attiva le procedure avvisando il personale laico di prestare la massima attenzione e indossare tutti i dispositivi di sicurezza. Eseguito il soccorso, possibilmente si deve chiedere il cambio e mettersi a disposizione per i controlli a monitoraggio. Il personale è esentato dal prestare servizio fino a conferma della negatività dei test. Provate per un solo secondo a pensare, la centrale operativa allerta l’ambulanza di base – “sospetto caso meningite”, oppure, “prestare massima attenzione, paziente affetto da epatite c”. Siamo in Italia, in Sardegna, o in qualsiasi altra regione, che si fa, non si soccorre? Insomma, questo per dire che una malattia infettiva si può contrarre anche qui in Italia, dove per la logica ignoranza di qualcuno si dovrebbe fare volontariato anziché andare in Africa. Infine, e termino, mi rivolgo a Gino Strada, che apprezzo per quanto è riuscito e riesce a fare con Emergency. Gino voglio però farti notare un piccolo incongruenza; ti ho sentito spesso dar contro il nostro sistema sanitario nazionale, probabilmente per molti casi hai ragione, però in questo momento un tuo cooperante, ed è il secondo, lo stanno curando in un ospedale pubblico. Gino, detto tra noi, il nostro SSN per inciso è uno dei migliori al mondo e non può una volta esser fatto da incompetenti e corrotti, e quando serve, diventa da superesperti. In questo momento le cure all’ infermiere, come alcuni mesi fa a Pulvirenti, sono fornite dal sistema sanitario nazionale, quindi pubblico. E provo ribrezzo al solo pensiero che, molti lamentino che – “vanno a fare i volontari s’infettano poi tornano in Italia a farsi curare dello SSN. Auguri di pronta guarigione all’infermiere, e un pensiero – “restiamo umani, abbiamo il coraggio di esser umani” – rivolto ai commentatori d’ignoranza conclamata.

Delinquenti. Punto e basta.

di  Antonella  Soddu11182087_636456029790023_1088359111358210254_n

Questa gente non manifesta. Questa gente è violenta, punto e basta. Ho visto le dirette poco fa. Lancio di pietre, fumogeni, bombe carta, auto date alle fiamme, vetrine imbrattate. L’arresto in diretta di un giovane dal volto coperto, che tentava di opporre resistenza continuando a lanciare contro tutto e tutti quel che ancora aveva in mano. Queste azioni non si chiamano proteste. Si chiamano atti di vandalismo vigliacco. Punto e basta. Mi vengono in mente due cose; di appena pochi giorni fa gli arresti di alcuni balck bloc francesi a cui sono stati trovati ogni sorta di oggetti utili per scatenare la guerriglia urbana. Arresti. Processati e liberati con l’obbligo di abbandonare il territorio nazionale entro dieci giorni. Sbagliato. Andavano caricati sul primo pulman, scortati a casa loro e affidati alla giustizia del loro paese. Subito senza indugi. Chi ci dice che questi teppisti, liberi di circolare nel nostro paese per ancora 10 giorni giorni, non si siano, oggi, di nuovo infiltrati tra i loro simili senza ritegno ? Ricordo i tifosi della Roma approdati in pulman in Olanda dopo i fatti incresciosi che hanno visto assaltata la Barcaccia del Bernini. Lì sono stati accolti dalla polizia olandese, verificate le generalità, accompagnati allo stadio e seguiti passo, passo. I più facinorosi rispediti al mittente dopo esser stati tenuti alcune ore nei posti di polizia. Questo si chiama garantire ordine pubblico. Anche se in effetti le pecore nere fuori dal loro recinto si comportano come il gregge delinquente. Quel che è avvenuto oggi a Milano è l’esempio di cosa non deve avvenire se ci fosse maggiore attenzione alla prevenzione, e sopratutto, vorrei capire, se la minore prevenzione non sia invece il frutto del timore di un opinione pubblica che spesso si sofferma a condannare le forze dell’ordine impegnate nell’assolvere il loro dovere. Pochi giorni fa una mamma di Baltimora ha riconosciuto in TV il proprio figlio intento a lanciare pietre e quanto gli passava tra le mani. E’ scesa giù, l’ha trovato e ha scagliato sul ragazzo le botte di santa ragione. Due commenti ho trovato interessanti; uno -“le botte contro la violenza. Si è chiesta la mamma di Baltimora se il comportamento di suo figlio non siano il frutto della violenza che lei usa come educazione?” Andando avanti e scorrendo tra i vari commenti, ne ho trovato un altro -“provate a pensare se il Signor Giuliani avesse fatto la stessa cosa con il figlio.” La risposta tra i due commenti è che non sempre le botte sono diseducative. Quando occorre, e nel caso di Baltimora sono servite eccome, si torni a usarle e forse, anche il 17enne arrestato oggi a Milano ne vorrebbe parecchie.

Quando è “tutto un complotto”

di  Antonella  Soddu

Parte ufficialmente la campagna “complotto” infiltrati pagati alla manifestazione “No Expo” di Milano. Pagati per infiltrarsi tra i manifestanti pacifici per creare disordini. Premetto che chi vuole manifestare lo fa pacificamente ed è certo che la manifestazione era una manifestazione organizzata da cittadini pacifici. Il problema sono i senza cervello, quelli che se gli chiedi perché creano disordini ti rispondono che è una bella esperienza – vedi il ragazzino intervistato dall’inviato del tg. Ah, dimenticavo; “quello fra un paio di giorni si scopre che era pagato per dire quelle cose e magari gli hanno pure offerto una canna”. Aldilà dei disordini ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla realtà violenta e insensibile che avvolge questi nostri ragazzi. Chi pensa che le dichiarazioni di quel ragazzo possano esser una montatura abilmente costruita, ha poca dimestichezza con la realtà di molti adolescenti che vivono in mezzo a noi tutti i giorni. Provate a fare un viaggio in bus, in treno o a transitare nei pressi di luoghi dove si ritrovano e poi, se ne avete il coraggio, dite che sono pagati. E’ vero, di tutta un’ erba non si deve mai fare un fascio, ma caspita, nella maggior parte dei casi tanti di questi ragazzi, i nostri ragazzi, quelli del futuro, non sanno fare un discorso logico compiuto. Parlano a morsi, balbettano, hanno un enorme confusione nella testa da far timore al più esperto degli esperti in psicologia. Non hanno idee, le poche, confuse, parlano di cose futili. Il loro linguaggio è costellato di parolacce, di rabbia, di frasi fatte e demagogiche. Non è la fase adolescenziale che implica anche la voglia di ribellione; è lo specchio di una solitudine disperata e del vuoto che gli adulti hanno creato intorno a loro. Abbiamo visto tutti il video , oramai diventato virale, della mamma di Baltimora che assestava sonori ceffoni al figlio sorpreso a creare disordini durante una manifestazione contro le discriminazioni razziali. Lo abbiamo visto e commentato tutti e molti abbiamo anche avuto modo di leggere opinioni differenti nel merito della vicenda. Ecco, a me ha colpito molto questo commento: “una mamma, picchia duramente suo figlio perché reo di aver lanciato sassi contro la polizia. Tutti contenti, tutti osannanti. Ma non sarà, forse, che quel ragazzo è violento perché educato a ceffoni?” Ecco, se è vero che la violenza genera violenza è altrettanto vero che un ceffone assestato per amore, perché l’amore verso un figlio non si dimostra solo assecondandolo, e trattandolo alla pari come tra amici. Magari lo si dimostra confrontandosi tra adulto e adolescente. Parlando, certo, ma stabilendo i ruoli che dovrebbero ancora essere chiari e precisi. Nel contesto generale ceffone vuol dire amore, non indifferenza verso un figlio adolescente che va a tirare pietre contro la polizia. Mica stava dimostrando pacificamente. asta con questo buonismo, quando ci vuole, ci vuole! Proviamo a dire che, si, qualche schiaffo in più oggi sarebbe utile, ci sarebbero meno maleducati in giro. Possiamo dire che sarebbe ora di ammettere che anche uno schiaffo fa parte dell’educazione? Possiamo dire che a vedere come vivono gli adolescenti di oggi, vedi il crescente dilagare del bullismo, sono anche il risultato di un parziale fallimento delle nuove generazioni iper protette o inseriti nel contesto – mamma e papà come amici. Sana ipocrisia più sana di una scomoda verità, dannosa se portata avanti senza mantenere il gioco delle parti che dovrebbe esser difeso anche con qualche schiaffo, se necessario. Quale gioco delle parti? Semplicemente il rispetto dei ruoli. Non so, posso dire che noi lo conoscevamo bene il gioco delle parti e non lo mettevamo mai in discussione. Se sbagliavamo sapevamo che la punizione arrivava puntuale. Questo è il rispetto dei ruoli. Oggi non esiste più. Tutto è permesso e i genitori, sono distratti, assenti oppure colpevolmente complici, soprattutto i più giovani. Io non ci trovo niente di sbagliato nell’educazione che abbiamo avuto e non capisco perché non replicarla. Ho due figli, una nella piena età adolescenziale, l’altro nella fase d’ intermezzo tra il bambino e l’adolescente. E ieri, ho ascoltato e riascoltato le parole dei quel ragazzo intervistato; mi son chiesta, tu che avresti fatto ? Non so, davvero, fino ad oggi rare volte no usato le maniere forti, le poche volte mi son pure sentita in colpa, però in casa in gioco delle parti posto in esser dai miei genitori l’ho applicato pure io. Il rispetto dei ruoli è fondamentale nella vita di ognuno di noi, e deve restare fondamentale anche nell’ambito genitori/figli. Non esitato un attimo a fare un viaggio a ritroso nella mia memoria a quel giorno che ho marinato la scuola per andare a Cagliari e partecipare ad una manifestazione studentesca. Mamma mi aveva avvisata, “se dovete andare ti conviene dire la verità o chiedere il permesso per andarci”. Io sapevo che se glielo avessi chiesto mi avrebbe detto no. Ci andai. Al mio rientro in paese, scesa dal treno trovai lei ad aspettarmi in stazione. E casa furono due ceffoni. Ricordo che poi ad ogni manifestazione che si organizzava il mio pensiero era se chiedere o no il permesso per andarci e le poche volte che l’ho avuto, mi son ben guardata dal creare disordini. Io non so se quel ragazzo che ieri parlava in quel modo fosse o sia cosciente delle sue parole e non so nemmeno cosa ci sia dietro quel suo modo di esser o pensare di esser. E’ certo che è esempio del fallimento di una società fatta molto spesso di genitori assenti che demandano ad altri ogni responsabilità. Avete mai sentito qualche genitore di compagni di scuola dei vostri figli, dire –“Non è stato mio figlio, lo conosco bene, non sarebbe capace di fare una cosa cosi, è stato convinto da tuo figlio”. Ecco, il prodotto conseguente sono ragazzi senza ordine, mentale compreso.

Chi è senza peccato scagli la pietra su Bossetti

di  Antonella  Soddu

Un uomo chiede – “ma cosa è successo?” Nessuno risponde. Lui si guarda intorno, cerca di capire. Tante forze dell’ordine. Perché, per cosa ? Scende la scala, l’unica del cantiere – “attenti, scappa”. No, non scappa, urla qualcuno, sta venendo giù. Un uomo con ai piedi le scarpe da lavoro, un uomo messo in ginocchio con le manette ai polsi – che succede. Nessuno lo sa, nessuno glielo dice.Gli italiani lo sapranno più tardi, ci penserà il Ministro Alfano a diramare la notizia. Pochi istanti dopo inizia il processo mediatico, e popolare. E’ colpevole perché lo dicono tutti che è colpevole. Quindi, è condannato. E’ condannato lui, la sua famiglia, sua madre, è condannato l’equilibrio di una famiglia. Sono spiattellati ai quattro venti i segreti più intimi di una donna, se questi, poi, son veri. Sono cose di ordinaria follia italiana chiamata libertà di stampa. Sono cose davvero da quarto grado che fa il processo sommario al già colpevole eludendo il Beccaria. Esiste ancora un organo di controllo che verifichi cosa è notizia e cosa non lo è? Se esiste applicatene le regole e vietate la messa in onda di quel video. La procura individui chi ha dato alla stampa un video dove cui tra le altre cose, pare siano state eluse tutte le normali procedure anche della notifica dell’atto di arresto. Basta con i processi da medioevo, con la lapidazione del diritto a difendersi in sede processuale . Avete trasferito le aule di tribunale sui giornali e dentro gli studi di programmi che sono peggio del giornale “cronaca vera”. Quelli che spesso si trovano nei porta riviste dei barbieri nei quartieri popolari. Si deve appurare la verità in sede processuale non dentro un salotto televisivo, non sui social, non per strada, etc. Un uomo e innocente fino a sentenza di colpevolezza. l’avviso di garanzia non è una condanna, e non è prima di tutto il processo concluso. Chi sono io per dire con certezza – “è lui ?” E se anche lo fosse, quello che oggi ho visto su quel video mi fa vergognare di esser cittadina di un paese che si dice civile. Sono stati violati tutti i principi di tutela dell’indagato, sopratutto il diritto alla riservatezza anche e sopratutto in nome del rispetto per altri due ragazzini minori vittime oggi dell’eccessivo bisogno di audience e di mi piace sui post.