NON ARRENDERSI MAI, CONTRO OGNI PREGIUDIZIO

di  Antonella  Soddu

In questi giorni sto leggendo tanti commenti contro gli immigrati che provano a attraversare quel mare azzurro, coscienti del pericolo a cui vanno incontro, per trovare serenità e libertà; commenti costellati dagli insulti più volgari e scuse becere per giustificare l’assenza di umana pietà. Ho riflettuto sul commento più ricorrente, secondo cui anziché pensare ai disoccupati italiani disperati, tassati, che perdono la casa, che sono sfrattati e che spesso ricorrono al suicidio, pensano a dare alloggi a zingari e clandestini. Che sensazione di rabbia e impotenza mi assale, insieme a tante domande e riflessioni. Penso alle migliaia di lavoratori che, nella mia isola, da mesi affrontano l’incertezza per il futuro, penso ai mei figli che ogni giorno escono da casa per andare a scuola con il pensiero ( lo so, anche loro vivono quest’angoscia ) che forse al loro ritorno non saremo più in questa casa. Anche noi siamo abusivi: con il lavoro abbiamo perso tutto. Mi guardo intorno, ho finito appena un mese fa di prestare servizio civico nel mio comune di residenza. Poche ore settimanali per 400 euro al mese: avercelo per tutto l’anno, un impiego così. Penso e ripenso da dove possa venire la forza per andare avanti, certo, dall’unione in famiglia, dagli amici, dal pensiero che c’è chi sta peggio di noi. Allora mi viene anche in mente che ci deve esser dell’altro, che ancora non so definire e che spinge un essere umano a provare ogni strada possibile per non soccombere. Fuggire da quest’isola tanto amata ma disperata e inerte? Lasciarsi andare e dire addio al mondo? Oppure fermarsi dinanzi al bivio e riflettere su quale sia la strada giusta. Apro la mia agenda e prendo in mano una lettera, l’hanno scritta un gruppo di lavoratori in mobilità in deroga. Ricordo che ho pianto il giorno che l’hanno letta in pubblico. “Siamo tutti molto stanchi e scoraggiati da questa situazione, divenuta indecente e che dura oramai da mesi, ma tu, con la tua grinta e la tua determinazione ci hai dato uno spiraglio di speranza per cui lottare e per cui alzarci al mattino. Le nostre giornate, cosi lunghe e vane, spesso buie e colme disperazione, hanno iniziato ad assumere un significato diverso da quando seguiamo questo gruppo e questo grazie a te, alle informazioni e ai consigli che ci davi giorno dopo giorno, facendoti carico del fardello pesante, triste e doloroso di migliaia di persone, nonostante anche tu e la tua famiglia abbiate i vostri problemi. Ma non hai mollato, hai portato avanti questa battaglia lottando contro tutto e tutti, come solo tu sai fare. Abbiamo fatto tanta strada da quel lontano settembre 2013, il gruppo è cresciuto, è maturato e sebbene non siamo ancora riusciti ad ottenere quello per cui stiamo combattendo da mesi, siamo riusciti ad avere dei risultati, in particolare quello di far capire alle istituzioni sorde, ipocrite e disumane, che non siamo un branco di disperati senza cervello, che possiamo mangiarci vivi tutti i Lorsignori e non è mica poco. È stata la rivincita di un popolo che seppure senza un euro in tasca, senza un tozzo di pane e ubriaco di disperazione, non si fa mettere i piedi in testa da persone immonde e preserva la propria dignità sempre e comunque. Questa battaglia è diventata per te una sorta di missione e a gran voce ti ringraziamo per la tua disponibilità, per la tua tenacia, per la tua nobiltà d’animo. Nella vita a volte è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza”.

Ho pensato tante volte di arrendermi, come ogni altro esser umano, spesso si cade vuoto dell’arresa. Poi, riflettendo, devo ancora qualcosa a me stessa, e soprattutto, a tutti i miei colleghi di disoccupazione. La speranza rigenera forza. Chi sceglie di arrendersi ha un malessere dentro sul quale nessuno ha il diritto di sindacare. Chi ha scritto la lettera riportata sopra, è gente che ha scelto di non arrendersi alla disperazione e di lottare per andare avanti, impiegando tempo per capire, informarsi, confrontarsi con le istituzioni, con le comunità di appartenenza, proporre e costruire. Ha scelto di impegnare la mente, per occupare il tempo e le ore che scandiscono le lunghe giornate da disoccupati abbandonati da tutti. Ecco, anche io sono parte di questo branco di disperati, da qualcuno ritenuti senza cervello. Andiamo avanti provando a liberare la mente da brutti pensieri e soprattutto usarla per creare il nostro futuro. Guai ad incolpare altri più disperati di noi della nostra inerzia e della nostra arrendevolezza. “Restiamo Umani”. Volevo tenere per me queste parole di incoraggiamento ma in queste ore credo sia un soffio di speranza renderle note. Grazie a chi non si arrende,contro ogni giudizio e pregiudizio.

Annunci

CINISELLO BALSAMO CALL&CALL LICENZIA 186 LAVORATOR

DI ANTONELLA SODDU
Call&Call chiude, manda a casa 186 persone. E’ la storia di un Call Center che si occupa di servizi per tre importanti società finanziarie e bancarie.

Crisi? No.

Semplicemente la volontà della società di procedere a nuove assunzioni avvalendosi dei nuovi contratti previsti dal Jobs Act.

La società, come per altro si legge sul sito ufficiale della stessa – “opera su tutto il territorio nazionale e oggi ha 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno”. Ma, pare che questo oggi sia solo un piccolo dettaglio nel momento in cui si decide in maniera quasi arbitraria (per non dir altro) di mandare a casa 186 persone e assumerne altrettante, giovani e con contratti meno onerosi e flessibili quindi, con le agevolazioni e gli sgravi fiscali del governo.

Pare ci sia qualcosa che non torna se si pensa che la società per procedere ai licenziamenti fa ricorso alla legge 223 che prevede i licenziamenti collettivi, ma come precisa Adriano Gnani (Uilcom Uil) – “la società ha costruito una sorta di scatole cinesi, la società madre ha messo in piedi tante altre piccole società in questo modo può esser fattibile che la società madre sia in crisi rispetto alle altre collocate in altre regioni italiane.”

Infatti, secondo l’amministratore delegato della Call&Call – “La perdita annuale della società di Cinisello Balsamo sarebbe di 500mila euro” e sempre secondo l’azienda la colpa sarebbe da attribuire ai costi eccessivi del lavoro.

Eppure, lo stipendio medio degli operatori del call center, in questo caso, si attesta intorno ai 1200 euro mensili. Già, che per i nuovi assunti non è che aumenta anzi, scende a 1.000 euro.

Insomma in poche semplici parole pare sia in atto un boom di nuove assunzioni che, altro non sono, se non il ricorso ad una strategia legalizzata che consente di ricorrere a nuovi contratti.

Quindi, oggi ne licenzio 186, domani ne riassumo 186 con un contratto a tutele crescenti, in altra località italiana, uso, per fare una cosa legale, l’intestazione di un’altra società che però fa parte dell’azienda madre a scatola cinese, e supero l’esame di legalità. Intasco gli sgravi fiscali del governo così ho anche l’onore di esser citato nei prossimi spot pubblicitari del ministero del lavoro che parlerà di “boom di nuove assunzioni”.

Più che altro suono di “Boom” di balle che scoppiano. Viva l’Italia che riparte, diceva ieri Crozza nel suo solito monologo: “Pare che Romolo abbia fondato Roma portando dentro, ladri, truffatori, schiavi, etc. Bene, i nuovi schiavi li abbiamo, saranno quelli prodotti dal Jobs Act. I ladri e i truffatori li abbiamo, basti pensare a mafia capitale. Ci siamo.”

POLETTI, ALTERNANZA SCUOLA LAVORO: PERCHE’ TANTO SCANDALO?

DI ANTONELLA SODDU

 

Proseguono le polemiche o, se meglio vogliamo, i pareri contrastanti conseguenti le recenti dichiarazioni del Ministro Poletti sulla questione “alternanza scuola e lavoro”. Come già detto in precedenza, la faccenda non dovrebbe esser poi tanto scandalosa o definita blasfema come attualmente è. In considerazione della fallimentare/clientelare gestione della cosiddetta “formazione professionale” in Italia, qualcosa mi lascia presupporre che grande azione di contrasto alla proposta del Ministro Poletti – ovviamente da studiare attentamente perché si possa attuare nel migliore dei modi escludendo ogni altro fine non utile e d’interesse altro – possa provenire da coloro che hanno finora ottenuto interessi economici della gestione dei cosiddetti corsi di formazione professionale.

 

Sulla materia ci sarebbe da addentrarsi a fondo e tanto si è detto. In passato e molte generazione degli anni ’80 ne converranno, accadeva che nel periodo delle vacanze estive, molti studenti nelle fasce d’età comprese tra i 15 e i 18 anni, cercassero volentieri impiego nelle campagne per la raccolta dei pomodori, delle patate, eccetera. Accadeva anche con il periodo della vendemmia, quando ancora a scuola si rientrava nel mese di ottobre, qualcuno lo ricorderà. Oggi, questi mestieri sono perlopiù svolti da extracomunitari. Abbiamo delegato fatica e sfruttamento agli ultimi tra gli ultimi, ponendo i nostri figli all’apice della preservazione e presunta tutela. Cosa che più errata non poteva rivelarsi. Ricordo che io, venendo da un paese nel medio campidano cagliaritano, ho passato molte estati a raccogliere pomodori e nell’unico zuccherificio allora presente in Sardegna.

 

Nei campi si raccoglievano a mano le bietole, fino all’avvento dei macchinari che al massimo impiegavano 4 operai. Ancora, possiamo affermare che la generazione dei primi anni ’80 che ha sperimentato la fatica e la formazione nel settore terziario, non ha certamente abbandonato il percorso scolastico: ne ha, invece, avuto rafforzata la formazione umana, prima che professionale. Ovviamente quest’ultima considerazione è avallata dal fatto che chi ha scelto di proseguire un percorso di studi lo ha fatto a prescindere delle esperienze di lavoro sui campi e non nel periodo estivo di vacanza.

 

Tornando ai giorni nostri, possiamo affermare – portando anche esempi pratici – che la mancanza di sacrificio, se così vogliamo chiamarla e della sua attuazione pratica, ha palesemente reso allergico alla fatica il cosiddetto bacino di forza lavoro. Vedi l’ultimo esempio emerso nel momento in cui 20 dei 300 neoassunti alla FCA di Melfi hanno rinunciato al posto perché non si aspettavano di iniziare il loro percorso di lavoro in catena di montaggio. Insomma, tutte le gavette partono dal basso e se proprio vogliamo dirla tutta, la gavetta è di fatto una formazione professionale, lo è anche e soprattutto nel momento in cui il futuro imprenditore sa anche cosa significhi esser dipendente.

 

Proviamo a prendere per buona la proposta di Poletti chiedendo che la stessa sia dotata di tutte le qualità atte a renderla un vero modello di alternanza scuola e lavoro, per una vera e propria formazione professionale.