Restiamo Umani anche sui social

DI ANTONELLA SODDU

 

E da ieri che leggo in certi commenti sul caso dell’infermiere sardo affetto da ebola, i volti della pochezza umana, della paura che si trasforma in meschinità, dell’esser umano che si trasforma nel verme più viscido. Io ultimamente sto pensando di rinunciare a leggere sulle pagine facebook dei quotidiani online perché sono diventate un centro di raccolta indifferenziata del genere umano. Questi alcuni commenti, che sinceramente incutono più paura dell’Ebola:

1 ) Non ho capito perché è venuto qua, non poteva curarsi lì?

2 ) Ma perché non è rimasto a farsi curare in Africa, giacché sono strutturati per contrastare l’ebola, anziché portare guai alla nostra comunità già in forte sofferenza?

3 ) Appunto “ci sono tanti sardi da aiutare qui, perché andare in Africa?”

4 ) Ho sentito che a Sassari ci sono tre persone in quarantena.

5 ) Alla Sardegna manca solo l’Ebola.

Sono i commenti meno indecenti. Il resto fortunatamente è stato rimosso da chi nella redazione ha ancora un minimo di buon senso. Mi domando, ma davvero è questo il mondo che viviamo tutti i giorni? Mi viene in mente una recente canzone, mi pare di Paolo Mengoni – “credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani”. Ebbene questi esser umani che hanno il coraggio di essere umani non si può certo ritrovarli in chi ha scritto, pensando davvero, i commenti di cui sopra. Mi son chiesta mille volte, ma hanno sentito qualche volta in tv la storia del paziente zero, il primo contagiato italiano? Forse no. O forse, peggio, hanno visto e sentito ma non hanno capito nulla né di cosa sia l’ebola, né di cosa sia il senso del fare volontariato. Era esattamente il 2 gennaio scorso il medico di Emergency Fabrizio Pulvirenti veniva dimesso dopo un mese di cure dall’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani”. Oggi Pulvirenti è tornato a fare il medico in ospedale, cura i pazienti di quella struttura ospedaliera e a oggi non è registrata la cosiddetta “unzione” come vorrebbe la logica dei commenti i cui probabilmente, invece, provengono da untori d’ignoranza. In conclusione, provo a fare un tentativo, forse vano, per rispondere alle domande; 1) L’Infermiere è rientrato in Italia e quando dopo un leggero malessere verificatosi, appena poco dopo ha capito che poteva aver contratto il virus, ha eseguito tutte le procedure previste dal protocollo, si è messo in autoisolamento. Non ha avuto contatti con nessuno ( tranne che nelle poche ore dopo il suo rientro a casa con tre dei suoi famigliari che allo stato attuale sono sotto regime di quarantena per le verifiche del caso ) ha chiamato il 118, dalla centrale operativa sono state attivate tutte le misure del caso ponendo in essere il protocollo vigente. 2 ) se i sintomi li avesse avuti quando era in Africa, non avrebbe potuto viaggiare perché anche in questo caso ci sono delle procedure che vanno eseguite alla lettera. Che dire, poi, dell’ennesima domanda – “ci sono tante persone da aiutare in Italia, perché andare in Africa? Credo davvero che chi fa questo discorso non abbia la benché minima idea di cosa sia fare il volontariato, dedicare un po’ del proprio tempo agli altri. In Italia non mancano i volontari; ci sono e sanno fare il loro dovere con dedizione e competenze. Sono stanca di ripeterlo, ho fatto volontariato per cinque anni in 118 e mio malgrado non ho potuto, evitate di fare degli interventi di soccorso a persone affette da malattie infettive. E’ la stessa centrale operativa che, contattata dal paziente, attiva le procedure avvisando il personale laico di prestare la massima attenzione e indossare tutti i dispositivi di sicurezza. Eseguito il soccorso, possibilmente si deve chiedere il cambio e mettersi a disposizione per i controlli a monitoraggio. Il personale è esentato dal prestare servizio fino a conferma della negatività dei test. Provate per un solo secondo a pensare, la centrale operativa allerta l’ambulanza di base – “sospetto caso meningite”, oppure, “prestare massima attenzione, paziente affetto da epatite c”. Siamo in Italia, in Sardegna, o in qualsiasi altra regione, che si fa, non si soccorre? Insomma, questo per dire che una malattia infettiva si può contrarre anche qui in Italia, dove per la logica ignoranza di qualcuno si dovrebbe fare volontariato anziché andare in Africa. Infine, e termino, mi rivolgo a Gino Strada, che apprezzo per quanto è riuscito e riesce a fare con Emergency. Gino voglio però farti notare un piccolo incongruenza; ti ho sentito spesso dar contro il nostro sistema sanitario nazionale, probabilmente per molti casi hai ragione, però in questo momento un tuo cooperante, ed è il secondo, lo stanno curando in un ospedale pubblico. Gino, detto tra noi, il nostro SSN per inciso è uno dei migliori al mondo e non può una volta esser fatto da incompetenti e corrotti, e quando serve, diventa da superesperti. In questo momento le cure all’ infermiere, come alcuni mesi fa a Pulvirenti, sono fornite dal sistema sanitario nazionale, quindi pubblico. E provo ribrezzo al solo pensiero che, molti lamentino che – “vanno a fare i volontari s’infettano poi tornano in Italia a farsi curare dello SSN. Auguri di pronta guarigione all’infermiere, e un pensiero – “restiamo umani, abbiamo il coraggio di esser umani” – rivolto ai commentatori d’ignoranza conclamata.

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Cose strane nell’Italia che cambia

di  Antonella  Soddu 11162083_635714463197513_3115918555764993643_n

Cose strane della ‪#‎bellaitaliachecambia‬. Gli amministratori pubblici hanno imparato l’arte del sapersi arrangiare. E allora per sfatare il mito della nazione europea fanalino di coda per le piste ciclabili in città o in periferia, ecco arrivare l’idea del comune di Elmas. Come fa notare un mio contatto su face book, Andrea Andrillo – “Non hai spazio per la pista ciclabile ma fa figo dire che l ‘hai realizzata? Ma falla sul marciapiede, peggio per chi non va in bici! Questa e’ a Elmas. Tra l’altro, come anche a Cagliari, per es. in Via dei Conversi, la pista comincia nel nulla e finisce nel nulla. Ti porti la bici nel bagagliaio dell’auto, la tiri fuori, percorri i tuoi 200 metri in bici e poi quando finisce la pista nel mezzo di una strada trafficata o ti infili fra le macchine e gli dimostri che non temi la morte o rimetti la bici nel bagagliaio e pace. Però la pista c’è, eh! Soluzioni all’italiana per riuscire contemporaneamente ad ostentare dei risultati e a realizzare coglionate tremende.” Eh si, Andrea, cose improvvisate, o meglio cose dell’altro mondo

25 Aprile tra commemorazioni e ricordi

di Antonella  Soddu

Ricordo che mia mamma ci portava sempre alla commemorazione dei caduti in guerra, Ricordo che mamma ci indicava il nome di suo zio Valdes Efisio partito in guerra che aveva appena 17 anni.Ci diceva sempre – “faranno l’appello e ad ogni nome si risponde – presente – perché anche se non ci sono più restano presenti. ” Io guardavo alla lapide affissa alla parete di fianco l’ antica chiesetta dedicata a Sant’ Antioco e mi chiedevo – “ma perché dire presente al posto di chi non c’è?” Con l’andare degli anni, ad ogni anno in più capivo il perché di quella lapide e il perché dell’ appello e della parola “presente”. Poi ascoltavo i discorsi, e mi guardavo intorno a vedere se gli occhi dei presenti continuavano di anno in anno ad esser lucidi. Piangevano eppure erano persone adulte mentre noi bambini eravamo lo a cercare di comprendere. Però, mamma, ci spiegava ci raccontava – “mio zio Efisio, fratello di mio padre, aveva solo 17 anni quando fu chiamato alle armi, in marina per esser precisi. Era il quarto di tre fratelli e una sorella. Era anche il più piccolo. Il loro padre era morto l’altro fratello era già sui campi di battaglia, mio padre provvedeva a mandare avanti la famiglia e cosi toccò al fratello. Era il 1918, mio prozio Efisio venne ferito gravemente, finì in un ospedale da campo a Trieste. Morì lì. Non tornò mai nella sua amata Villasor. In questi giorni ho fatto un giro nei paesi vicino al mio, che tristezza, solo in un uno ho visto il tricolore issato sui monumenti ai caduti. Penso che siano riti che si tengono solo nelle grandi città, cosi, per fare cortei dove alla fine si finisce per contestare e contrastare la voce di chi ha contribuito anche con vite umane a liberare un paese oppresso. Penso, quando passo dinanzi a quel che resta della lapide affissa alla parete accanto alla chiesa, che quei nomi ci sono ogni giorni in mezzo a noi e che certamente vorrebbero che il ricordo di quei sacrifici fosse un poco più di umanità in ognuno di noi. A me le date, le ricorrenze non piacciono tanto. Ai miei figli, quando capita, parlo della guerra, ancora oggi mia mamma racconta dei suoi ricordi di bambina che ha vissuto la grande guerra. Lei è nata nel 1938, aveva 7 anni nel 1945. Ricorda di un bambino fratellino di una sua amica, morto sotto i bombardamenti degli americani. Ricorda di un fascista a cui venne dato fuoco nella piazza centrale del paese, intitolata a Giacomo Matteotti. Ricorda e tramanda ai nipoti cosi come ha fatto con noi. Ecco, proprio perché ho una mamma che mai ha dimenticato, che ci ha sempre portati con lei alle commemorazioni e ad ogni buona occasioni ci raccontava e ci racconta, io non amo i giorni fissati ma quelli che scorrono, spesse volte dimenticati.

Dove arriveremmo di questo passo ?

di  Antonella  Soddu

Genitori  che  difendono  a spada  tratta  i propri  figli  che  hanno commesso  atti  di bullismo, striscione  deplorevoli  negli  stadi, cori  che con il  tifo  nulla hanno  a che  fare, l’attentato  ultrà contro   un pulman  di  una  squadra  di calcio, etc.  Dove arriveremmo di questo passo?  E  sopratutto  possiamo mettere  tutti  questi  fatti  sullo  stesso piano?  Si, nel momento  in cui   i primi  si soffermano  a  fare i conti  sulle  spese  scolastiche sostenute  per  consentire ai  propri   figli  un adeguato grado  di  istruzione  e che  andranno persi  causa  la  sospensione e il   4  in condotta. Difendono  l’investimento  materiale    ovviando  di  pensare   che  quell’investimento, nel momento  in cui  non insegna   che il rispetto  per  gli altri  va oltre  ogni spesa materiale, che le  azioni  di  vigliaccheria  a danno  dei più deboli,  sono  in taluni casi  la  diretta  concausa  di futuri  striscioni offensivi  e lesivi  dell’onore e il decoro  di  altre  persone,  che lo sport  non è una  guerra, che il  teppismo non è tifo  ma    frutto di  cattivi esempi.     Qualcuno  ricorda  la  recente  decisione del  governo  greco  di sospendere    a tempi  indeterminato  tutti i campionati di  calcio ? Ecco,  decisione  contestata  ma  che  credo  possa  esser  estesa  in nome  di un principio  sacrosanto  “a mali estremi, estremi rimedi. E  fino a  quando  non  troveremmo  risposta alla  domanda –   “Dove  arriveremmo  di questo  passo” ?  –  si,   metto  tutto  dentro lo  stesso  calderone.