Da racconti. “Il mio primo stipendio”

di  Antonella  Soddu
“L’estate finalmente era arrivata; la stavo aspettando come si aspetta al banco dei gelati artigianali, il gelato al gusto preferito, nel mio caso fragola/pistacchio/panna! Avevo, mi pare, diciassette anni; con gli amici stavamo organizzandoci le vacanze, magari poi, alla fine, sicuramente saremmo finiti al solito Poeto; alla 5° fermata. Però, noi, vedevamo in grande e, il nostro veder grande consisteva in una settimana di campeggio di quelli a bassissimo prezzo; oggi si chiamano Last minute, che noi in sardo chiamiamo: “a straccu barattu “. Quel giorno, mi ricordo, appena terminate le otto ore di lavoro alla coop. Consumo, mi recai in ufficio a percepire lo stipendio. Lungo il tragitto fantasticavo su come spendere i soldi; prima di tutto un paio di jeans nuovi roy rogers – non potevano di certo mancare – scarpe comode, due o tre libri ( essenziali per me) ma, poi, da sola mi posi anche la domanda: ” sei sicura che ti bastino per il campeggio?” Continuai a fantasticare finché arrivai a destinazione. Per una ragazza di diciassette anni, recarsi a ritirare il suo primo stipendio, è qualcosa di sensazionale, d’indescrivibile ed io, quel giorno, mi sentivo non solo emozionata, ma, orgogliosa. Entrai, salutai e conversai con la titolare del più e del meno, esponendo anche la giornata di lavoro e i fatti accaduti mentre lei compilava l’assegno e mi consegnava la busta paga. Presi in mano lo assegno, lo guardai, lo rivoltai, lo riguardai e, sicuramente sbiancai. Mi resi conto del fatto che ero pallida perché la titolare mi chiese se stavo bene; – ” sì, perché?” – risposi – ” sei sicura di non aver sbagliato i calcoli ?” – confermò di sì, era quella la mia paga, il mio primo assegno completo di busta paga, Lire 900 mila; (sante benedette vecchie lire!) ero ricca…”

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Da racconti. “Il vecchio Garelli 50 di mio padre”

di  Antonella  Soddu
” ricordo di quel giorno che misi in moto il vecchio Garelli rosso di mio padre; mamma era fuori a far la spesa per il giorno e babbo a lavoro. Io, la più grande di tre sorelle e un fratello, dovevo badare a loro, invece, attendevo con ansia di rimaner soli per spiccare il volo verso quelle che erano le nostre concezioni, di esser grandi. Così fu che inforcai la sella del vecchio Garelli 50 rosso fuoco di mio padre. Le mie sorelle e fratello mi guardano allibiti dalla finestra della veranda che dava sul cortile, ridevano, a tratti forse anche preoccupati, ma, ridevano. Avevo circa quattordici anni la prima volta che riuscì a metterlo in moto dopo vani tentativi, non sapevo, infatti, che dovevo aprire l’aria. Ma, in realtà, non sapevo nemmeno cosa volesse dire e, mi domandavo: “Ma come faccio ad aprire l’aria se è già aperta?” Così, facevo degli appostamenti per vedere come mio padre riuscisse a metterlo in moto, finché un bel giorno ci riuscì. ”

Da racconti. “Le tue valige”

di  Antonella  Soddu
“pensavo che quell’aereo partendo via da qui, avesse portate via te, da qui, per sempre; invece, ha lasciato qui le valige di te. Nei giorni seguenti, mi accorsi di non sapere dove riporre quelle valige pesanti. Non riuscivo a trascinarle e anche se cercavo di spostarle in qualche angolo recondito, mi apparivano sempre in vista. Una mattina, in particolare, mi svegliai convinta di essere inciampata nella più grossa, quella contenente foto, e libri. Quelli che avevi lasciato da me e che partendo avevi volutamente dimenticato qua. I giorni, poi, continuavano a procedere ed ero sempre più convinta che alla fine avrei trovato il modo di raggiungere quell’aereo e nel raggiungerlo, ti avrei riconsegnato le valige dimenticate.”