Ddl Scuola. Le analogie con il regio decreto 6 maggio 1923.

di  Antonella  Soddu11206120_636110483157911_4990927206870083133_n

A ben vedere la riforma Giannini sulla scuola ricorda qualcosa…,fattemi pensare, dunque…, ah, si, ecco, appunto volevo dire che mi ricorda il regio decreto n. 1054 del 6 maggio 1923 relativo all’istruzione media e ai conviti nazionali – pubblicato il gazzetta ufficiale il 2 giugno 1923 . “La più fascista» delle riforme”, come la definì lo stesso Mussolini, all’articolo 27 prevedeva che – “Le supplenze ai posti di ruolo e gli incarichi di insegnamento di qualunque specie sono conferiti dal preside, che sceglierà, tenendo conto, anzitutto, del servizio militare in reparti combattenti e dei risultati conseguiti in pubblici concorsi a cattedre di scuole medie. Contro il conferimento delle supplenze e degli incarichi è ammesso il ricorso al provveditore agli studi, la cui decisione ha carattere definitivo. La misura della retribuzione per le supplenze e gli incarichi di qualunque specie è stabilita nell’annessa tabella n. 6. In nessun caso l’orario del supplente e dell’incaricato può superare le ventiquattro ore settimanali di lezione.” –http://www.edscuola.it/archivio/norme/decreti/rd1054_23.pdf – Per comprendere meglio – http://it.wikipedia.org/wiki/Riforma_Gentile . Ma, vediamo se il DDL Giannini è simile – CAPO III ORGANICO, ASSUNZIONI E ASSEGNAZIONE DEI DOCENTI . Comma 2 – “Il dirigente sceglie i docenti che risultano più adatti a soddisfare le esigenze delle scuole e propone, sulla base dei piani triennali dell’offerta formativa di cui all’articolo 2, incarichi ai docenti iscritti negli albi territoriali e al personale di ruolo già in servizio presso altre istituzioni scolastiche. La copertura dei posti assegnati all’istituzione scolastica coincide con gli incarichi proposti dal dirigente scolastico.” E ancora al Comma 3 – “ Il dirigente scolastico attribuisce gli incarichi di docenza nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri: a) attribuzione di incarichi di durata triennale rinnovabile, coordinata con il ciclo triennale di definizione degli organici dell’autonomia; b) pubblicità dei criteri adottati dal dirigente per selezionare i docenti cui proporre un incarico, tenuto conto dei relativi curricula;” Diciamo che si accosta parecchio, consiglio vivamente di trarre ulteriori conclusioni previa lettura anche ed in particola della lettera d) del comma 3…, qua tutto il testo del DDL Giannini – http://2.flcgil.stgy.it/…/disegno-di-legge-c-2994-riforma-d… – regio decreto del 1923. Ops! Scusate, 27 marzo 2015.

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Corte Costituzionale. Sentenza 70/2015.

Sentenza  70/2015
Giudizio
Presidente CRISCUOLO – Redattore SCIARRA
Udienza Pubblica del 10/03/2015    Decisione  del 10/03/2015
Deposito del 30/04/2015   Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 24, c. 25°, del decreto legge 06/12/2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, c. 1°, della legge 22/12/2011, n. 214.
Massime:
Atti decisi: ordd. 35, 158, 159 e 192/2014

 

SENTENZA N. 70

ANNO 2015

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alessandro CRISCUOLO; Giudici : Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, promossi dal Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre 2013, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna, con due ordinanze del 13 maggio 2014, e dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria, con ordinanza del 25 luglio 2014, rispettivamente iscritte ai nn. 35, 158, 159 e 192 del registro ordinanze 2014 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, nn. 14, 41 e 46, prima serie speciale, dell’ anno 2014.

Visti gli atti di costituzione di C.G. e dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), nonché gli atti di intervento di T.G. e del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 10 marzo 2015 il Giudice relatore Silvana Sciarra;

uditi gli avvocati Riccardo Troiano per C.G., Luigi Caliulo e Filippo Mangiapane per l’INPS e l’avvocato dello Stato Giustina Noviello per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– Il Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre 2013, (r.o. n. 35 del 2014), la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna, con due ordinanze del 13 maggio 2014 (r.o. n. 158 e r.o. n. 159 del 2014), e la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria, con ordinanza del 25 luglio 2014, (r.o. n. 192 del 2014) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale del comma 25 dell’art. 24, del decreto-legge del 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’ art. 1, comma 1 della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che «In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento», in riferimento agli artt. 2, 3, 23, 36, primo comma, 38, secondo comma, 53 e 117, primo comma, della Costituzione.

Il Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, premette di essere stato adito per la condanna dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) a corrispondere al ricorrente i ratei di pensione maturati e non percepiti nel biennio 2012-2013, maggiorati di interessi e rivalutazione monetaria fino all’effettivo soddisfo, previa dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’azzeramento della perequazione automatica delle pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo INPS introdotto dalla norma censurata.

Il giudice rimettente rileva che la discrezionalità di cui gode il legislatore nella scelta del meccanismo perequativo diretto all’adeguamento delle pensioni, fondata sul disposto degli artt. 36 e 38 Cost., ha trovato il proprio meccanismo attuativo nel sistema di perequazione automatica dei trattamenti pensionistici, introdotto dall’art. 19 della legge 30 aprile 1969, n. 153 (Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale). Aggiunge che il blocco introdotto dalla normativa censurata reitera, rendendola più gravosa, la misura di interruzione del sistema perequativo già a suo tempo sancita dalla legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale), che era limitata ai soli trattamenti pensionistici eccedenti otto volte il trattamento minimo INPS, nonostante il monito rivolto al legislatore dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 316 del 2010, teso a rimuovere il rischio della frequente reiterazione di misure volte a paralizzare il meccanismo perequativo.

Con la misura censurata, secondo il rimettente, si sarebbe violato l’invito della Corte, mediante azzeramento della perequazione per i trattamenti pensionistici di più basso importo, per due anni consecutivi e senza alcuna successiva possibilità di recupero.

Il giudice a quo richiama la giurisprudenza costituzionale (in particolare la sentenza n. 223 del 2012) secondo cui la gravità della situazione economica, che lo Stato deve affrontare, può giustificare anche il ricorso a strumenti eccezionali, con la finalità di contemperare il soddisfacimento degli interessi finanziari con la garanzia dei servizi e dei diritti dei cittadini, nel rispetto del principio fondamentale di eguaglianza.

Deduce, quindi, la violazione dell’art. 38, secondo comma, Cost., poiché l’assenza di rivalutazione impedirebbe la conservazione nel tempo del valore della pensione, menomandone l’adeguatezza e dell’art. 36, primo comma, Cost., in quanto il blocco della perequazione lederebbe il principio di proporzionalità tra la pensione, che costituisce il prolungamento della retribuzione in costanza di lavoro, e il trattamento retributivo percepito durante l’attività lavorativa.

Sostiene, altresì, la lesione del combinato disposto degli artt. 36, 38 e 3 Cost., poiché la mancata rivalutazione, violando il principio di proporzionalità tra pensione e retribuzione e quello di adeguatezza della prestazione previdenziale, altererebbe il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando una irrazionale discriminazione in danno della categoria dei pensionati. Deduce, inoltre, la violazione del principio di universalità dell’imposizione di cui all’art. 53 Cost. e di quello di non discriminazione ai fini dell’imposizione e di parità di prelievo a parità di presupposto di imposta di cui al combinato disposto degli artt. 3, 23 e 53 Cost., poiché, indipendentemente dal nomen iuris utilizzato, la misura adottata si configurerebbe quale prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente tributaria, in quanto doverosa, non connessa all’esistenza di un rapporto sinallagmatico tra le parti e collegata esclusivamente alla pubblica spesa in relazione ad un presupposto economicamente rilevante.

2.– La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia – Romagna, che ha sollevato con due distinte ordinanze la questione di legittimità costituzionale del comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, riferisce che il ricorrente nel giudizio principale lamentava la mancata rivalutazione automatica del proprio trattamento pensionistico in applicazione della norma oggetto di censura, per effetto della esclusione del meccanismo di perequazione per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS.

Evidenzia, alla luce della giurisprudenza costituzionale, l’illegittimità delle frequenti reiterazioni di misure intese a paralizzare il meccanismo perequativo, sottolineando, altresì, il carattere peggiorativo della norma censurata rispetto all’art.1, comma 19, della legge n. 247 del 2007, così determinando il blocco dell’adeguamento dei trattamenti superiori a tre volte, anziché a otto volte, rispetto al trattamento minimo INPS, avuto anche riguardo alla vicinanza temporale rispetto all’ultimo azzeramento attuato, nonché alla mancata previsione di un meccanismo di recupero.

In particolare, secondo il giudice a quo, il vizio della norma censurata emerge ove si consideri che la natura di retribuzione differita delle pensioni ordinarie è stata ormai definitivamente riconosciuta dalla Corte costituzionale (viene richiamata la sentenza n. 116 del 2013). Il maggior prelievo tributario rispetto ad altre categorie risulta, con più evidenza, discriminatorio, poiché grava su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa, rispetto ai quali non risulta più possibile ridisegnare sul piano sinallagmatico il rapporto di lavoro, con conseguente lesione degli artt. 3 e 53 Cost.

Ad avviso della Corte rimettente, il mancato adeguamento delle retribuzioni equivale a una loro decurtazione in termini reali con effetti permanenti, ancorché il blocco sia formalmente temporaneo, non essendo previsto alcun meccanismo di recupero, con conseguente violazione degli artt. 3, 53, 36 e 38 Cost. Tale blocco incide sui pensionati, fascia per antonomasia debole per età ed impossibilità di adeguamento del reddito, come evidenziato dalla Corte costituzionale, secondo la quale i redditi derivanti dai trattamenti pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura diversa e minoris generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento, ai fini dell’osservanza dell’art. 53 Cost., che non consente trattamenti in peius di determinate categorie di redditi da lavoro (viene richiamata ancora la sentenza n. 116 del 2013).

La Corte dei conti aggiunge che l’introduzione di un’imposta speciale, sia pure transitoria ed eccezionale, viola il principio della parità di prelievo a parità di presupposto d’imposta economicamente rilevante e che, quindi, il blocco della perequazione si traduce in una lesione del combinato disposto di cui agli artt. 3 e 53 Cost., in quanto la norma censurata limita i destinatari della stessa soltanto ad una “platea di soggetti passivi”, cioè ai percettori del trattamento pensionistico, in violazione del principio della universalità della imposizione.

Essa sottolinea, inoltre, come l’intervento legislativo evidenzi il carattere sempre più strutturale del meccanismo di azzeramento della rivalutazione e non quello di misura eccezionale, non reiterabile, senza osservare il monito espresso dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 316 del 2010, con riguardo ai gravi rischi di irragionevolezza e violazione della proporzionalità derivanti dalla frequente reiterazione delle misure volte a paralizzare il meccanismo di perequazione automatica, in quanto le pensioni, anche di maggior consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere di acquisto della moneta.

Deduce, poi, come la norma censurata si presenti lesiva anche del principio di affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, garantito dall’art. 3 Cost., giacché i pensionati adeguano i programmi di vita alle previsioni circa le proprie disponibilità economiche, con conseguente pregiudizio per le aspettative di vita di questi ultimi .

Sostiene, quindi, la palese irragionevolezza del provvedimento censurato e l’irrazionalità dello stesso per eccedenza del mezzo rispetto al fine, dovendo provvedersi ad esigenze quali la «contingente situazione finanziaria» richiamata dal legislatore mediante la fiscalità ordinaria, secondo il disposto di cui all’art. 53 Cost.

Invoca, infine, sulla base dell’art. 117, primo comma, Cost., quale parametro interposto, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma 4 novembre 1950 (CEDU), ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, richiamando poi il principio della certezza del diritto, quale patrimonio comune degli Stati contraenti, nonché il diritto dell’individuo alla libertà e alla sicurezza di cui all’art. 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, il diritto di non discriminazione che include anche quella fondata sul patrimonio (art. 21), il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente (art. 25), il diritto alla protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale (art. 33) ed il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali di cui all’art. 34 della medesima Carta.

3.– La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria, premette che la ricorrente nel giudizio principale era titolare di pensione diretta e di pensione indiretta del Fondo dipendenti INPS e che l’importo complessivo dei due trattamenti era stato mantenuto fermo anche negli anni 2012 e 2013, in applicazione della norma impugnata, aggiungendo che la parte aveva agito per la condanna dell’INPS al pagamento delle quote di trattamento non corrisposte, previo promovimento della questione di legittimità costituzionale della norma censurata.

Nel merito, osserva la Corte rimettente che, pur avendo la Corte costituzionale ammesso, in linea di principio, la compatibilità costituzionale di disposizioni legislative che incidano su situazioni soggettive attinenti ai rapporti di durata, facendosi carico di esigenze di contenimento della spesa pubblica, la stessa ha, al contempo, invitato il legislatore a salvaguardare il principio di ragionevolezza nelle manovre economiche adottate, a tutela degli interessi dei cittadini (viene richiamata la sentenza n. 316 del 2010).

Nel caso del comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, secondo il giudice a quo difetterebbero i presupposti segnalati dalla giurisprudenza costituzionale, atteso che, in primo luogo, l’intervento non avrebbe il carattere realmente temporaneo voluto dal giudice delle leggi, perché esteso per un arco temporale di due anni. Inoltre, esso non riguarderebbe soltanto le pensioni più alte, incidendo, invece, sui trattamenti pensionistici di più basso importo, superiori ad euro 1.405,05 lordi per il 2012 ed a euro 1.441,56 lordi per il 2013. Per tali trattamenti, secondo la Corte rimettente, la pressante esigenza di rivalutazione sistematica del correlativo valore monetario, che garantisce il soddisfacimento degli stessi bisogni alimentari, sarebbe irrimediabilmente frustrata.

In particolare, lo sganciamento dai meccanismi di adeguamento automatico dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il minimo INPS, per un tempo considerevole, minerebbe il sistema di adeguamento costituzionalmente rilevante, con violazione dei principi di cui agli artt. 36 e 38 Cost.

Come ricordato dal giudice rimettente, la Corte costituzionale ha affermato (viene citata la sentenza n. 497 del 1988) che la protezione così garantita ai lavoratori postula requisiti di effettività, tanto più che essa si collega alla tutela dei diritti fondamentali della persona sanciti dall’art. 2 Cost., mentre il perdurante necessario rispetto dei principi di sufficienza ed adeguatezza delle pensioni impone al legislatore, pur nell’esercizio del suo potere discrezionale di bilanciamento tra le varie esigenze di politica economica e le disponibilità finanziarie, di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti di quiescenza alle variazioni del costo della vita (il richiamo è alla sentenza n. 30 del 2004).

Il Collegio rimettente osserva, quindi, che la Corte costituzionale, pur avendo riconosciuto, con la sentenza n. 316 del 2010, la legittimità di temporanee sospensioni della perequazione, anche se limitate alle pensioni di importo più elevato, ha, al contempo, precisato che la ragionevolezza complessiva del sistema dovrà essere apprezzata nel quadro del contemperamento di interessi di rango costituzionale, alla luce dell’art. 3 Cost. Con ciò si intende evitare che una generalizzata esigenza di contenimento della finanza pubblica possa risultare sempre e comunque valido motivo per determinare la compromissione «di diritti maturati o la lesione di consolidate sfere di interessi, sia individuali, sia anche collettivi» (viene citata la sentenza n. 92 del 2013).

Deduce, poi, il contrasto con gli artt. 3, 23, 53 Cost., sollevando d’ufficio la relativa questione, per essere stato imposto con la norma censurata un sacrificio cospicuo ad una sola categoria di cittadini, incorrendo nella violazione del principio di eguaglianza, a causa della disparità di trattamento che può essere ravvisata nella differente previsione di prestazioni patrimoniali a carico di soggetti titolari di redditi analoghi.

4.– Si è costituito in giudizio (r.o. n. 35 del 2014) C.G., ricorrente nel giudizio principale pendente dinanzi al Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, instando per la declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione legislativa censurata. Sostiene, in particolare, il pregiudizio per l’adeguatezza delle prestazioni previdenziali, la quale imporrebbe la costante perequazione della pensione al mutamento dei valori monetari. Aggiunge il difetto di qualsivoglia modalità di recupero della somma oggetto di blocco della perequazione per il biennio 2012-2013 e la conseguente violazione degli artt. 3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., in quanto il criterio adottato sarebbe irragionevole, lesivo del principio di proporzionalità tra pensione e retribuzione, nonché del principio di adeguatezza di cui all’art. 38 Cost.

5.– Si è, altresì, costituito in tutti i giudizi, (r.o. n.n. 35, 158, 159 e 192 del 2014), l’INPS, chiedendo che siano dichiarate manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate, alla luce della giurisprudenza costituzionale secondo cui spetta alla discrezionalità del legislatore, in conformità a un ragionevole bilanciamento dei valori costituzionali, dettare la disciplina di un adeguato trattamento pensionistico alla stregua delle risorse disponibili, fatta salva la garanzia di salvaguardia delle esigenze minime di protezione della persona.

L’Istituto osserva, al riguardo, che la norma censurata si limita a sospendere l’operatività del meccanismo rivalutativo esistente per un breve orizzonte temporale e a salvaguardare le posizioni più deboli sotto il profilo economico, evidenziando, altresì, come la Corte, con la sentenza n. 316 del 2010, abbia già deciso, respingendola, analoga questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 19, della legge n. 247 del 2007 ed aggiungendo che la mancata perequazione per un tempo limitato della pensione non incide sulla sua adeguatezza, in particolare per le pensioni di importo più elevato.

6.– Ha proposto intervento ad adiuvandum T.G., premettendo di essere iscritto al Fondo pensioni del personale delle Ferrovie dello Stato spa, di non aver goduto, in forza dell’applicazione della norma di cui al comma 25 dell’art. 24, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, degli aumenti di perequazione automatica per la parte di pensione superiore a tre volte il trattamento minimo e di aver depositato analogo ricorso per le proprie pretese pensionistiche dinanzi alla sezione giurisdizionale del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, allo scopo di sentir dichiarato il proprio diritto alla perequazione automatica.

Assume, in particolare, a sostegno dell’ammissibilità del proprio intervento, il difetto di tutela per chi non abbia partecipato al giudizio principale, ma versi nelle medesime condizioni delle parti e, nel merito, la violazione degli artt. 38, secondo comma, 36, primo comma, e 3 Cost., nonché, infine, dell’art. 53 e del combinato disposto degli artt. 2, 23 e 53 Cost.

7.– E’ intervenuto nei giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, instando per l’inammissibilità o, comunque, per la manifesta infondatezza della questione sollevata.

La difesa dello Stato eccepisce preliminarmente il difetto della previa domanda amministrativa, presupposto dell’azione, la cui mancanza renderebbe la domanda improponibile e adduce l’esistenza di una temporanea carenza di giurisdizione, rilevabile in qualsiasi stato e grado del giudizio.

L’Avvocatura generale rileva, in ogni caso, la manifesta infondatezza della questione riguardo a tutti i parametri segnalati e richiama la giurisprudenza costituzionale, nonché il principio dalla stessa espresso, secondo cui la mancata perequazione della pensione per un periodo contenuto non incide sull’adeguatezza del trattamento pensionistico.

8.– All’udienza pubblica, le parti costituite hanno insistito per l’accoglimento delle conclusioni formulate nelle difese scritte.

Considerato in diritto

1.– Il Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre 2013 (r.o. n. 35 del 2014), la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia–Romagna, con due ordinanze del 13 maggio 2014 (r.o. n. 158 e n. 159 del 2014) e la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria, con ordinanza del 25 luglio 2014 (r.o. n. 192 del 2014), dubitano della legittimità costituzionale del comma 25 dell’art. 24, decreto-legge del 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui, per gli anni 2012 e 2013, limita la rivalutazione monetaria dei trattamenti pensionistici nella misura del 100 per cento, esclusivamente alle pensioni di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, in riferimento, nel complesso, agli artt. 2, 3, 23, 36, primo comma, 38, secondo comma, 53 e 117, primo comma della Costituzione, quest’ultimo in relazione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (CEDU), ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848.

Tutti i giudici rimettenti ritengono che il comma 25 dell’art. 24 sarebbe costituzionalmente illegittimo per violazione degli artt. 3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., in quanto la mancata rivalutazione, violando i principi di proporzionalità e adeguatezza della prestazione previdenziale, si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando una irrazionale discriminazione in danno della categoria dei pensionati.

La norma censurata recherebbe anche un vulnus agli artt. 2, 23 e 53 Cost., poiché la misura adottata si configurerebbe quale prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente tributaria, in violazione del principio dell’universalità dell’imposizione a parità di capacità contributiva, in quanto posta a carico di una sola categoria di contribuenti.

La sola Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia – Romagna censura, infine, la predetta disposizione, anche con riferimento all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione alla CEDU, richiamando, poi, gli artt. 6, 21, 25, 33 e 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007.

2.– I giudizi hanno ad oggetto la stessa norma, censurata in relazione a parametri costituzionali, per profili e con argomentazioni in larga misura coincidenti.

Deve, pertanto, esser disposta la riunione dei giudizi al fine di un’unica pronuncia (ex plurimis, sentenza n. 16 del 2015, ordinanza n. 164 del 2014).

Nel giudizio promosso dal Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, ha spiegato intervento ad adiuvandum T.G., che non è parte nel procedimento principale, assumendo di aver proposto analogo ricorso dinanzi alla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Lazio, allo scopo di sentir riconosciuto il proprio diritto alla perequazione automatica del trattamento pensionistico, per gli anni 2012 e 2013, negato dall’INPS.

Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (per tutte, sentenza n. 216 del 2014), possono intervenire nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale le sole parti del giudizio principale ed i terzi portatori di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura.

La circostanza che l’istante sia parte in un giudizio diverso da quello oggetto dell’ordinanza di rimessione, nel quale sia stata sollevata analoga questione di legittimità costituzionale, non è sufficiente a rendere ammissibile l’intervento (ex plurimis, ordinanza n. 150 del 2012).

Conseguentemente, poiché T.G. non è stato parte del giudizio principale nel corso del quale è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale oggetto dell’ordinanza iscritta al n. 35 del reg. ord. 2014, né risulta essere titolare di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, l’intervento dallo stesso proposto va dichiarato inammissibile.

3.– La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna, nelle due ordinanze di rimessione, dubita della legittimità costituzionale del comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito dalla legge n. 214 del 2011, in riferimento, fra l’altro all’art. 117, primo comma, Cost. e invoca genericamente, quale parametro interposto, la CEDU, per poi richiamare, più specificamente, una serie di disposizioni contenute nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

In particolare, sono evocati, oltre al principio della certezza del diritto quale «patrimonio comune agli Stati contraenti», anche « gli altri diritti garantiti dalla Carta: il diritto dell’individuo alla libertà e alla sicurezza (art. 6), il diritto di non discriminazione, che include anche quella fondata sul “patrimonio”, (art. 21), il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa ed indipendente (art. 25), il diritto alla protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale (art. 33), il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali (art. 34)».

La questione, come prospettata, è inammissibile.

Va preliminarmente rilevato che questa Corte ritiene configurarsi un’ipotesi di inammissibilità della questione, qualora il giudice non fornisca una motivazione adeguata sulla non manifesta infondatezza della stessa, limitandosi a evocarne i parametri costituzionali, senza argomentare in modo sufficiente in ordine alla loro violazione (ex plurimis, ordinanza n. 36 del 2015).

In tale ipotesi, il difetto nell’esplicitazione delle ragioni di conflitto tra la norma censurata e i parametri costituzionali evocati inibisce lo scrutinio nel merito delle questioni medesime (fra le altre, ordinanza n. 158 del 2011), con conseguente inammissibilità delle stesse.

Nel caso di specie, la Corte rimettente si limita a richiamare l’art. 117, primo comma, Cost., per violazione della CEDU «come interpretata dalla Corte di Strasburgo»

senza addurre alcun elemento a sostegno di tale asserito vulnus, in particolare con riferimento alle modalità di incidenza della norma oggetto di impugnazione sul parametro costituzionale evocato.

Inoltre il richiamo alla CEDU si rivela, nella sostanza, erroneo, atteso che esso risulta affiancato dal riferimento a disposizioni normative riconducibili alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Quest’ultima fonte, come risulta dall’art. 6, comma 1 del Trattato sull’Unione europea, come modificato dal Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ratificato e reso esecutivo con la legge 2 agosto 2008, n. 130, ha lo stesso valore giuridico dei trattati.

Pertanto, l’esame dell’ordinanza di rimessione non consente di evincere in qual modo le norme della CEDU siano compromesse, per effetto dell’applicazione della disposizione oggetto di censura.

Una tale carenza argomentativa costituisce motivo di inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, in quanto preclusiva della valutazione della fondatezza.

Il giudice a quo non fornisce sufficienti elementi che consentano di vagliare le modalità di incidenza della norma censurata sul parametro genericamente invocato ed omette di allegare argomenti a sostegno degli effetti pregiudizievoli di tale incidenza, richiamando erroneamente disposizioni normative afferenti al diritto primario dell’Unione europea.

4.– La questione di costituzionalità per violazione degli artt. 2, 3, 23 e 53 Cost., in relazione alla presunta natura tributaria della misura in esame, non è fondata.

Tutte le ordinanze di rimessione affermano che, nel caso di specie, indipendentemente dal nomen iuris utilizzato, la misura di azzeramento della rivalutazione automatica per gli anni 2012 e 2013, relativa ai trattamenti pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo INPS, configurerebbe una prestazione patrimoniale di natura tributaria, lesiva del principio di universalità dell’imposizione a parità di capacità contributiva, in quanto posta a carico di una sola categoria di contribuenti. Nell’imporre alle parti di concorrere alla spesa pubblica non in ragione della propria capacità contributiva, essa violerebbe il principio di eguaglianza.

I rimettenti richiamano, in particolare, le decisioni n. 116 del 2013 e n. 223 del 2012 nella parte in cui si afferma che la Costituzione non impone una tassazione fiscale uniforme, con criteri assolutamente identici e proporzionali per tutte le tipologie di imposizione tributaria, ma esige un indefettibile raccordo con la capacità contributiva, in un quadro di sistema informato a criteri di progressività, come svolgimento ulteriore, nello specifico campo tributario, del principio di eguaglianza (in tal senso, fra le più recenti, sentenza n. 10 del 2015). Ciò si collega al compito di rimozione degli ostacoli economico-sociali che di fatto limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini-persone umane, in spirito di solidarietà politica, economica e sociale di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione (ordinanza n. 341 del 2000, ripresa sul punto dalla sentenza n. 223 del 2012).

L’azzeramento della perequazione automatica oggetto di censura, tuttavia, sfugge ai canoni della prestazione patrimoniale di natura tributaria, atteso che esso non dà luogo ad una prestazione patrimoniale imposta, realizzata attraverso un atto autoritativo di carattere ablatorio, destinato a reperire risorse per l’erario.

La giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenze n. 219 e n. 154 del 2014) ha costantemente precisato che gli elementi indefettibili della fattispecie tributaria sono tre: la disciplina legale deve essere diretta, in via prevalente, a procurare una (definitiva) decurtazione patrimoniale a carico del soggetto passivo; la decurtazione non deve integrare una modifica di un rapporto sinallagmatico; le risorse, connesse ad un presupposto economicamente rilevante e derivanti dalla suddetta decurtazione, devono essere destinate a sovvenire pubbliche spese.

Un tributo consiste in un «prelievo coattivo che è finalizzato al concorso alle pubbliche spese ed è posto a carico di un soggetto passivo in base ad uno specifico indice di capacità contributiva» (sentenza n. 102 del 2008). Tale indice deve esprimere l’idoneità di ciascun soggetto all’obbligazione tributaria (fra le prime, sentenze n. 91 del 1972, n. 97 del 1968, n. 89 del 1966, n. 16 del 1965 e n. 45 del 1964).

Il comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, che dispone per un biennio il blocco del meccanismo di rivalutazione dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo INPS, non riveste, quindi, natura tributaria, in quanto non prevede una decurtazione o un prelievo a carico del titolare di un trattamento pensionistico.

In base ai criteri elaborati da questa Corte in ordine alle prestazioni patrimoniali, in assenza di una decurtazione patrimoniale o di un prelievo della stessa natura a carico del soggetto passivo, viene meno in radice il presupposto per affermare la natura tributaria della disposizione. Inoltre, viene a mancare il requisito che consente l’acquisizione delle risorse al bilancio dello Stato, poiché la disposizione non fornisce, neppure in via indiretta, una copertura a pubbliche spese, ma determina esclusivamente un risparmio di spesa.

Il difetto dei requisiti propri dei tributi e, in generale, delle prestazioni patrimoniali imposte, determina, quindi, la non fondatezza delle censure sollevate in riferimento al mancato rispetto dei principi di progressività e di capacità contributiva.

5.– La questione prospettata con riferimento agli artt. 3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. è fondata.

La perequazione automatica, quale strumento di adeguamento delle pensioni al mutato potere di acquisto della moneta, fu disciplinata dalla legge 21 luglio 1965, n. 903 (Avviamento alla riforma e miglioramento dei trattamenti di pensione della previdenza sociale), all’art. 10, con la finalità di fronteggiare la svalutazione che le prestazioni previdenziali subiscono per il loro carattere continuativo.

Per perseguire un tale obiettivo, in fasi sempre mutevoli dell’economia, la disciplina in questione ha subito numerose modificazioni.

Con l’art.19 della legge 30 aprile 1969, n. 153 (Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale), nel prevedere in via generalizzata l’adeguamento dell’importo delle pensioni nel regime dell’assicurazione obbligatoria, si scelse di agganciare in misura percentuale gli aumenti delle pensioni all’indice del costo della vita calcolato dall’ISTAT, ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria.

Con l’art. 11, comma 1, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, recante «Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell’art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421», oltre alla cadenza annuale e non più semestrale degli aumenti a titolo di perequazione automatica, si stabilì che gli stessi fossero calcolati sul valore medio dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati. Tale modifica mirava a compensare l’eliminazione dell’aggancio alle dinamiche salariali, al fine di garantire un collegamento con l’evoluzione del livello medio del tenore di vita nazionale. L’art. 11, comma 2, previde, inoltre, che ulteriori aumenti potessero essere stabiliti con legge finanziaria, in relazione all’andamento dell’economia.

Il meccanismo di rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici governato dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo) si prefigge di tutelare i trattamenti pensionistici dalla erosione del potere di acquisto della moneta, che tende a colpire le prestazioni previdenziali anche in assenza di inflazione. Con effetto dal 1° gennaio 1999, il meccanismo di rivalutazione delle pensioni si applica per ogni singolo beneficiario in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti a carico dell’assicurazione generale obbligatoria. L’aumento della rivalutazione automatica opera, ai sensi del comma 1 dell’art. 34 citato, in misura proporzionale all’ammontare del trattamento da rivalutare rispetto all’ammontare complessivo.

Tuttavia, l’art 69, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001), con riferimento al meccanismo appena illustrato di aumento della perequazione automatica, prevede che esso spetti per intero soltanto per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici fino a tre volte il trattamento minimo INPS. Spetta nella misura del 90 per cento per le fasce di importo da tre a cinque volte il trattamento minimo INPS ed è ridotto al 75 per cento per i trattamenti eccedenti il quintuplo del predetto importo minimo. Questa impostazione fu seguita dal legislatore in successivi interventi, a conferma di un orientamento che predilige la tutela delle fasce più deboli. Ad esempio, l’art. 5, comma 6, del decreto-legge 2 luglio 2007, n. 81 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art.1, comma 1, della legge 3 agosto 2007, n. 127, prevede, per il triennio 2008-2010, una perequazione al 100 per cento per le fasce di importo tra tre e cinque volte il trattamento minimo INPS.

In conclusione, la disciplina generale che si ricava dal complesso quadro storico-evolutivo della materia, prevede che soltanto le fasce più basse siano integralmente tutelate dall’erosione indotta dalle dinamiche inflazionistiche o, in generale, dal ridotto potere di acquisto delle pensioni.

6.– Quanto alle sospensioni del meccanismo perequativo, affidate a scelte discrezionali del legislatore, esse hanno seguito nel corso degli anni orientamenti diversi, nel tentativo di bilanciare le attese dei pensionati con variabili esigenze di contenimento della spesa.

L’art. 2 del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali) previde che, in attesa della legge di riforma del sistema pensionistico e, comunque, fino al 31 dicembre 1993, fosse sospesa l’applicazione di ogni disposizione di legge, di regolamento o di accordi collettivi, che introducesse aumenti a titolo di perequazione automatica delle pensioni previdenziali ed assistenziali, pubbliche e private, ivi compresi i trattamenti integrativi a carico degli enti del settore pubblico allargato, nonché aumenti a titolo di rivalutazione delle rendite a carico dell’INAIL. In sede di conversione di tale decreto, tuttavia, con l’art. 2, comma 1-bis, della legge 14 novembre 1992, n. 438 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384, recante misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali), si provvide a mitigare gli effetti della disposizione, che dunque operò non come provvedimento di blocco della perequazione, bensì quale misura di contenimento della rivalutazione, alla stregua di percentuali predefinite dal legislatore in riferimento al tasso di inflazione programmata.

In seguito, l’art. 11, comma 5, della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), provvide a restituire, mediante un aumento una tantum disposto per il 1994, la differenza tra inflazione programmata ed inflazione reale, perduta per effetto della disposizione di cui all’art. 2 della legge n. 438 del 1992. Conseguentemente, il blocco, originariamente previsto in via generale e senza distinzioni reddituali dal legislatore del 1992, fu convertito in una forma meno gravosa di raffreddamento parziale della dinamica perequativa.

Dopo l’entrata in vigore del sistema contributivo, il legislatore (art. 59, comma 13 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, recante «Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica») ha imposto un azzeramento della perequazione automatica, per l’anno 1998. Tale norma, ritenuta legittima da questa Corte con ordinanza n. 256 del 2001, ha limitato il proprio campo di applicazione ai soli trattamenti di importo medio – alto, superiori a cinque volte il trattamento minimo.

Il blocco, introdotto dall’art. 24, comma 25, come convertito, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, ora oggetto di censura, trova un precedente nell’art. 1, comma 19, della legge 24 dicembre 2007, n. 247 (Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale) che, tuttavia, aveva limitato l’azzeramento temporaneo della rivalutazione ai trattamenti particolarmente elevati, superiori a otto volte il trattamento minimo INPS.

Si trattava – come si evince dalla relazione tecnica al disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre 2007 – di una misura finalizzata a concorrere solidaristicamente al finanziamento di interventi sulle pensioni di anzianità, a seguito, dell’innalzamento della soglia di accesso al trattamento pensionistico (il cosiddetto “scalone”) introdotto, a decorrere dal 1° gennaio 2008, dalla legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all’occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria).

L’azzeramento della perequazione, disposto per effetto dell’art. 1, comma 19, della legge n. 247 del 2007, prima citata, è stato sottoposto al vaglio di questa Corte, che ha deciso la questione con sentenza n. 316 del 2010. In tale pronuncia questa Corte ha posto in evidenza la discrezionalità di cui gode il legislatore, sia pure nell’osservare il principio costituzionale di proporzionalità e adeguatezza delle pensioni, e ha reputato non illegittimo l’azzeramento, per il solo anno 2008, dei trattamenti pensionistici di importo elevato (superiore ad otto volte il trattamento minimo INPS).

Al contempo, essa ha indirizzato un monito al legislatore, poiché la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, o la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, entrerebbero in collisione con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità. Si afferma, infatti, che «[…] le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta».

7.– L’art. 24, comma 25, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, oggetto di censura nel presente giudizio, si colloca nell’ambito delle “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” (manovra denominata “salva Italia”) e stabilisce che «In considerazione della contingente situazione finanziaria», la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, in base al già citato meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge n. 448 del 1998, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del cento per cento.

Per effetto del dettato legislativo si realizza un’indicizzazione al 100 per cento sulla quota di pensione fino a tre volte il trattamento minimo INPS, mentre le pensioni di importo superiore a tre volte il minimo non ricevono alcuna rivalutazione. Il blocco integrale della perequazione opera, quindi, per le pensioni di importo superiore a euro 1.217,00 netti.

Tale meccanismo si discosta da quello originariamente previsto dall’art. 24, comma 4, della legge 28 febbraio 1986, n. 41 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 1986) e confermato dall’art. 11 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell’articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), che non discriminava tra trattamenti pensionistici complessivamente intesi, bensì tra fasce di importo.

Secondo la normativa antecedente, infatti, la percentuale di aumento si applicava sull’importo non eccedente il doppio del trattamento minimo del fondo pensioni per i lavoratori dipendenti. Per le fasce di importo comprese fra il doppio ed il triplo del trattamento minimo la percentuale era ridotta al 90 per cento. Per le fasce di importo superiore al triplo del trattamento minimo la percentuale era ridotta al 75 per cento.

Le modalità di funzionamento della disposizione censurata sono ideate per incidere sui trattamenti complessivamente intesi e non sulle fasce di importo. Esse trovano un unico correttivo nella previsione secondo cui, per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante, l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

La norma censurata è frutto di un emendamento che, all’esito delle osservazioni rivolte al Ministro del lavoro e delle politiche sociali (Camera dei Deputati, Commissione XI, Lavoro pubblico e privato, audizione del 6 dicembre 2011), ha determinato la sostituzione della originaria formula. Quest’ultima prevedeva l’azzeramento della perequazione per tutti i trattamenti pensionistici di importo superiore a due volte il trattamento minimo INPS e, quindi, ad euro 946,00. Il Ministro chiarì nella stessa audizione che la misura da adottare non confluiva nella riforma pensionistica, ma era da intendersi quale «provvedimento da emergenza finanziaria».

La disposizione censurata ha formato oggetto di un’interrogazione parlamentare (Senato della Repubblica, seduta n. 93, interrogazione presentata l’8 agosto 2013, n. 3 – 00321) rimasta inevasa, in cui si chiedeva al Governo se intendesse promuovere la revisione del provvedimento, alla luce della giurisprudenza costituzionale.

Dall’excursus storico compiuto traspare che la norma oggetto di censura si discosta in modo significativo dalla regolamentazione precedente. Non solo la sospensione ha una durata biennale; essa incide anche sui trattamenti pensionistici di importo meno elevato.

Il provvedimento legislativo censurato si differenzia, altresì, dalla legislazione ad esso successiva.

L’art. 1, comma 483, lettera e), della legge di stabilità per l’anno 2014 (legge 27 dicembre 2013, n. 147, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato-legge di stabilità») ha previsto, per il triennio 2014-2016, una rimodulazione nell’applicazione della percentuale di perequazione automatica sul complesso dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo di cui all’art. 34, comma 1, della legge n. 448 del 1998, con l’azzeramento per le sole fasce di importo superiore a sei volte il trattamento minimo INPS e per il solo anno 2014. Rispetto al disegno di legge originario le percentuali sono state, peraltro, parzialmente modificate.

Nel triennio in oggetto la perequazione si applica nella misura del 100 per cento per i trattamenti pensionistici di importo fino a tre volte il trattamento minimo, del 95 per cento per i trattamenti di importo superiore a tre volte il trattamento minimo e pari o inferiori a quattro volte il trattamento minimo del 75 per cento per i trattamenti oltre quattro volte e pari o inferiori a cinque volte il trattamento minimo, del 50 per cento per i trattamenti oltre cinque volte e pari o inferiori a sei volte il trattamento minimo INPS. Soltanto per il 2014 il blocco integrale della perequazione ha riguardato le fasce di importo superiore a sei volte il trattamento minimo. Il legislatore torna dunque a proporre un discrimen fra fasce di importo e si ispira a criteri di progressività, parametrati sui valori costituzionali della proporzionalità e della adeguatezza dei trattamenti di quiescenza. Anche tale circostanza conferma la singolarità della norma oggetto di censura.

8.– Dall’analisi dell’evoluzione normativa in subiecta materia, si evince che la perequazione automatica dei trattamenti pensionistici è uno strumento di natura tecnica, volto a garantire nel tempo il rispetto del criterio di adeguatezza di cui all’art. 38, secondo comma, Cost. Tale strumento si presta contestualmente a innervare il principio di sufficienza della retribuzione di cui all’art. 36 Cost., principio applicato, per costante giurisprudenza di questa Corte, ai trattamenti di quiescenza, intesi quale retribuzione differita (fra le altre, sentenza n. 208 del 2014 e sentenza n. 116 del 2013).

Per le sue caratteristiche di neutralità e obiettività e per la sua strumentalità rispetto all’attuazione dei suddetti principi costituzionali, la tecnica della perequazione si impone, senza predefinirne le modalità, sulle scelte discrezionali del legislatore, cui spetta intervenire per determinare in concreto il quantum di tutela di volta in volta necessario. Un tale intervento deve ispirarsi ai principi costituzionali di cui agli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., principi strettamente interconnessi, proprio in ragione delle finalità che perseguono.

La ragionevolezza di tali finalità consente di predisporre e perseguire un progetto di eguaglianza sostanziale, conforme al dettato dell’art. 3, secondo comma, Cost. così da evitare disparità di trattamento in danno dei destinatari dei trattamenti pensionistici. Nell’applicare al trattamento di quiescenza, configurabile quale retribuzione differita, il criterio di proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro prestato (art. 36, primo comma, Cost.) e nell’affiancarlo al criterio di adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.), questa Corte ha tracciato un percorso coerente per il legislatore, con l’intento di inibire l’adozione di misure disomogenee e irragionevoli (fra le altre, sentenze n. 208 del 2014 e n. 316 del 2010). Il rispetto dei parametri citati si fa tanto più pressante per il legislatore, quanto più si allunga la speranza di vita e con essa l’aspettativa, diffusa fra quanti beneficiano di trattamenti pensionistici, a condurre un’esistenza libera e dignitosa, secondo il dettato dell’art. 36 Cost.

Non a caso, fin dalla sentenza n. 26 del 1980, questa Corte ha proposto una lettura sistematica degli artt. 36 e 38 Cost., con la finalità di offrire «una particolare protezione per il lavoratore». Essa ha affermato che proporzionalità e adeguatezza non devono sussistere soltanto al momento del collocamento a riposo, «ma vanno costantemente assicurate anche nel prosieguo, in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta», senza che ciò comporti un’automatica ed integrale coincidenza tra il livello delle pensioni e l’ultima retribuzione, poiché è riservata al legislatore una sfera di discrezionalità per l’attuazione, anche graduale, dei termini suddetti (ex plurimis, sentenze n. 316 del 2010; n. 106 del 1996; n. 173 del 1986; n. 26 del 1980; n. 46 del 1979; n. 176 del 1975; ordinanza n. 383 del 2004). Nondimeno, dal canone dell’art. 36 Cost. «consegue l’esigenza di una costante adeguazione del trattamento di quiescenza alle retribuzioni del servizio attivo» (sentenza n. 501 del 1988; fra le altre, negli stessi termini, sentenza n. 30 del 2004).

Il legislatore, sulla base di un ragionevole bilanciamento dei valori costituzionali deve «dettare la disciplina di un adeguato trattamento pensionistico, alla stregua delle risorse finanziarie attingibili e fatta salva la garanzia irrinunciabile delle esigenze minime di protezione della persona» (sentenza n. 316 del 2010). Per scongiurare il verificarsi di «un non sopportabile scostamento» fra l’andamento delle pensioni e delle retribuzioni, il legislatore non può eludere il limite della ragionevolezza (sentenza n. 226 del 1993).

Al legislatore spetta, inoltre, individuare idonei meccanismi che assicurino la perdurante adeguatezza delle pensioni all’incremento del costo della vita. Così è avvenuto anche per la previdenza complementare, che, pur non incidendo in maniera diretta e immediata sulla spesa pubblica, non risulta del tutto indifferente per quest’ultima, poiché contribuisce alla tenuta complessiva del sistema delle assicurazioni sociali (sentenza n. 393 del 2000) e, dunque, all’adeguatezza della prestazione previdenziale ex art. 38, secondo comma, Cost.

Pertanto, il criterio di ragionevolezza, così come delineato dalla giurisprudenza citata in relazione ai principi contenuti negli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., circoscrive la discrezionalità del legislatore e vincola le sue scelte all’adozione di soluzioni coerenti con i parametri costituzionali.

9.– Nel vagliare la dedotta illegittimità dell’azzeramento del meccanismo perequativo per i trattamenti pensionistici superiori a otto volte il minimo INPS per l’anno 2008 (art. 1, comma 19 della già citata legge n. 247 del 2007), questa Corte ha ricostruito la ratio della norma censurata, consistente nell’esigenza di reperire risorse necessarie «a compensare l’eliminazione dell’innalzamento repentino a sessanta anni a decorrere dal 1° gennaio 2008, dell’età minima già prevista per l’accesso alla pensione di anzianità in base all’articolo 1, comma 6, della legge 23 agosto 2004, n. 243», con «lo scopo dichiarato di contribuire al finanziamento solidale degli interventi sulle pensioni di anzianità, contestualmente adottati con l’art. 1, commi 1 e 2, della medesima legge» (sentenza n. 316 del 2010).

In quell’occasione questa Corte non ha ritenuto che fossero stati violati i parametri di cui agli artt. 3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. Le pensioni incise per un solo anno dalla norma allora impugnata, di importo piuttosto elevato, presentavano «margini di resistenza all’erosione determinata dal fenomeno inflattivo». L’esigenza di una rivalutazione costante del correlativo valore monetario è apparsa per esse meno pressante.

Questa Corte ha ritenuto, inoltre, non violato il principio di eguaglianza, poiché il blocco della perequazione automatica per l’anno 2008, operato esclusivamente sulle pensioni superiori ad un limite d’importo di sicura rilevanza, realizzava «un trattamento differenziato di situazioni obiettivamente diverse rispetto a quelle, non incise dalla norma impugnata, dei titolari di pensioni più modeste». La previsione generale della perequazione automatica è definita da questa Corte «a regime», proprio perché «prevede una copertura decrescente, a mano a mano che aumenta il valore della prestazione». La scelta del legislatore in quel caso era sostenuta da una ratio redistributiva del sacrificio imposto, a conferma di un principio solidaristico, che affianca l’introduzione di più rigorosi criteri di accesso al trattamento di quiescenza. Non si viola il principio di eguaglianza, proprio perché si muove dalla ricognizione di situazioni disomogenee.

La norma, allora oggetto d’impugnazione, ha anche superato le censure di palese irragionevolezza, poiché si è ritenuto che non vi fosse riduzione quantitativa dei trattamenti in godimento ma solo rallentamento della dinamica perequativa delle pensioni di valore più cospicuo. Le esigenze di bilancio, affiancate al dovere di solidarietà, hanno fornito una giustificazione ragionevole alla soppressione della rivalutazione automatica annuale per i trattamenti di importo otto volte superiore al trattamento minimo INPS, «di sicura rilevanza», secondo questa Corte, e, quindi, meno esposte al rischio di inflazione.

La richiamata pronuncia ha inteso segnalare che la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, «esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità», poiché risulterebbe incrinata la principale finalità di tutela, insita nel meccanismo della perequazione, quella che prevede una difesa modulare del potere d’acquisto delle pensioni.

Questa Corte si era mossa in tale direzione già in epoca risalente, con il ritenere di dubbia legittimità costituzionale un intervento che incida «in misura notevole e in maniera definitiva» sulla garanzia di adeguatezza della prestazione, senza essere sorretto da una imperativa motivazione di interesse generale (sentenza n. 349 del 1985).

Deve rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull’ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato.

10.– La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico, induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con «irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività» (sentenza n. 349 del 1985).

Non è stato dunque ascoltato il monito indirizzato al legislatore con la sentenza n. 316 del 2010.

Si profila con chiarezza, a questo riguardo, il nesso inscindibile che lega il dettato degli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. (fra le più recenti, sentenza n. 208 del 2014, che richiama la sentenza n. 441 del 1993). Su questo terreno si deve esercitare il legislatore nel proporre un corretto bilanciamento, ogniqualvolta si profili l’esigenza di un risparmio di spesa, nel rispetto di un ineludibile vincolo di scopo «al fine di evitare che esso possa pervenire a valori critici, tali che potrebbero rendere inevitabile l’intervento correttivo della Corte» (sentenza n. 226 del 1993).

La disposizione concernente l’azzeramento del meccanismo perequativo, contenuta nel comma 24 dell’art. 25 del d.l. 201 del 2011, come convertito, si limita a richiamare genericamente la «contingente situazione finanziaria», senza che emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi così fortemente incisivi. Anche in sede di conversione (legge 22 dicembre 2011, n. 214), non è dato riscontrare alcuna documentazione tecnica circa le attese maggiori entrate, come previsto dall’art. 17, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, recante «Legge di contabilità e finanza pubblica» (sentenza n. 26 del 2013, che interpreta il citato art. 17 quale «puntualizzazione tecnica» dell’art. 81 Cost.).

L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost.

La norma censurata è, pertanto, costituzionalmente illegittima nei termini esposti.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

1) dichiara inammissibile l’intervento di T.G.;

2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che «In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento»;

3) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 23 e 53, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna e dalla Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria, con le ordinanze indicate in epigrafe;

4) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, sollevata, in riferimento all’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna, con le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 marzo 2015.

F.to:

Alessandro CRISCUOLO, Presidente

Silvana SCIARRA, Redattore

Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 30 aprile 2015.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella Paola MELATTI

Anche Tito Boeri smentisce Renzi, Poletti e Boschi.

Di Antonella Soddu

Tito Boeri a smentisce Renzi e Boschi e Poletti – “I dati sui risultati del Jobs Act non hanno conferma. Da maggio a Giugno la curva dei disoccupati è piatta”. In poche parole quel che è avvenuto, e che tutti abbiamo compreso fin da subito, è solo una sostituzione tra contratti a termine e a tempo indeterminato” . Cioè, “ti licenzio e ti riassumo a condizioni più agevolate”. Più esplicita e più preoccupante, direi, la sua ovvia deduzione nel merito – “ il Jobs Act renderà molto difficile introdurre con successo in Italia quelli a tutele progressive: le aziende non avranno interesse a usarli”. Nello specifico il Professor Boeri fa notare che si – “effettivamente tra Febbraio a Luglio 2014 gli occupati sono saliti di 44 mila unità ma – continua – in questo senso occorre fare una distinzione. Intanto da febbraio a maggio l’occupazione è aumentata perché c’è stato un miglioramento del processo produttivo industriale, mentre da maggio a luglio l’incremento occupazionale è modesto. La curva è piatta.” Ma vediamo i numeri nello specifico ( N.b. si possono verificare su – http://passodopopasso.italia.it/…/istat-occupati-in-aumento…
– portale delle attività del Governo che riporta anche dati Istat ) – Da febbraio a luglio 2014, gli occupati in Italia sono passati da 22.316.331 a 22.360.459, facendo registrare un aumento dello 0,2% . Secondo l’analisi di Tito Boeri aumentano i contratti a tempo determinato e diminuiscono quelli indeterminati. Una sorta di sostituzione. Probabilmente i datori di lavoro hanno scelto di estendere la durata dei contratti a tempo già aperti piuttosto che cessarli o stabilizzarli. Altro particolare di non poca rilevanza, anche questo emerso dai dati Istat, l’incremento riguarda “esclusivamente” gli uomini. Tra febbraio e luglio il numero di donne occupate è sceso da 9. 316.000 a 9.303.000. Nel contesto Boeri fa notare che è certamente troppo presto per trarre conclusioni, che si tratta comunque di casi di occupazione temporanea. Concludendo, ebbene sottolineate che la prossima settimana torna in commissione lavoro del Senato la discussione di quello che è il vero testo del Jobs Act, quindi il Disegno Di Legge vero e proprio quello che annovera il contratto a tutele crescenti. Una riforma complessiva del mercato del lavoro. Quello attuale, lo ricordiamo è solo un decreto che porta il nome del Ministro e che forse per fretta si è preferito varare prima. Insomma, non è certo con un decreto legge che si crea lavoro se non ci sono le condizioni di mercato e non si fa nulla per ridurre il costo del lavoro

La Corte Costituzionale boccia una parte della norma Fornero sul blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita.

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Di Antonella Soddu
Con la sentenza depositata oggi, la Corte Costituzionale ha bocciato una parte norma Fornero del 2011 contenuta nel “salva Italia”. In particolare la norma aveva bloccato l’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Secondo la Consulta, quella norma ha violato il principio della costituzione “della giusta retribuzione”, che sono espressione dei principi fondamentali di solidarietà e uguaglianza. Relatrice della Sentenza la Professoressa Silvana Sciarra eletta alla Corte Costituzionale al posto di Luciano Violante. La sentenza della Consulta avrà certamente effetti rilevanti sul bilancio pubblico, come afferma lo stesso Vice Ministro all’ Economia Morando. Infatti, l’impatto sui conti pubblici stimato dall’ Avvocatura dello Stato è considerevole, circa 1, 8 miliardi per il 2012, e circa 3 miliardi per il 2013. Tutti soldi che a seguito della sentenza dovranno esser restituiti. Per intenderci, con le disposizioni della norma Fornero contenuta nel provvedimento “salva Italia”, furono bloccati gli aumenti di tutti i trattamenti delle pensioni non minime, o meglio, che superavano di tre volte il minimo Inps. Secondo la Consulta, anche se il blocco allora fu motivato dalla situazione finanziaria, dalla crisi del paese, è incostituzionale. Sulla sentenza arrivano a caldo anche le prime dichiarazione dell’ ex Ministro Elsa Fornero : “Il blocco della perequazione per le pensioni oltre tre volte il minimo non fu scelta mia, fu una decisione di tutto il Governo presa per fare risparmi in tempi brevi. Vengo rimproverata per molte cose – dice la Fornero – ma quella non fu una scelta mia, fu la cosa che mi costò di più. Fu ritenuta dal governo nel suo insieme, soprattutto da quelli che guardano ai conti, una scelta necessaria perché dava risparmi nell’immediato”. Fornero ha poi aggiunto: ”la Corte avrà avuto le sue buone ragioni” – specificando anche che quello fu il motivo del suo pianto in pubblico. Insomma, con questa sentenza tutti qui pensionati privati del diritto all’adeguamento delle pensioni al costo della vita, hanno oggi il diritto di avere anche tutti gli arretrati – “valuteremo il da farsi previa lettura delle motivazioni della sentenza”, ha poi dichiarato il Vice Ministro Morando, sottolineando l’aspetto del significativo onere sul bilancio dello Stato. Altroché tesoretto da 1,6 miliardi che – “valuteremo a cosa destinare”. La cifra stimata per rimborsare tutti ammonta a quasi 5 miliardi di euro. E’ chiaro questo?

Professor Felice Besostri in Commissione Affari Costituzionali

La Commissione Affari costituzionali, presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, ha svolto audizioni di esperti nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame del progetto di legge approvato, in un testo unificato, dalla Camera e modificato dal Senato, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Italicum). 15/04/2015http://webtv.camera.it/archivio?id=7781&position=0  Audizione del Professor Besostri –  «Signora Presidente, onorevoli deputati e deputate commissari, ringrazio per l’opportunità datami di intervenire sul testo della legge elettorale. Le audizioni di ieri, in particolare quella della prof. Lara Trucco, mi consentono di concentrarmi su questioni di fondo ad esclusione di quella sulla necessità, quale che sia il sistema elettorale prescelto, di una legge organica sui Partirti politici in attuazione dell’art. 49 Cost.: in mancanza di una tale legge non ci sarà una procedura trasparente di selezione delle candidature. Una selezione trasparente è, a mio avviso, più importate dell’alternativa tra liste bloccate e preferenze, se avviene, con largo anticipo sulla data dei comizi elettorali, con procedure congressuali o primariali regolate da norme di legge. Sulla legge elettorale sono stato ascoltato dalle competenti Commissioni della Camera, il 14 gennaio 2014, e del Senato, il 20 novembre 2014 e rinvio ai testi rassegnati in quelle occasioni, che mantengono la loro validità a prescindere dalle modifiche a prescindere dalle modifiche introdotte dal Senato. La legge che ritorna alla Camera dei Deputati è stata modificata in punti non secondari, come l’attribuzione del premio di maggioranza ad una lista e non più ad una coalizione, l’eliminazione di soglie elevate interne alla coalizione ( di fatto attributive del premio alla lista egemone della coalizione) con la traslazione di voti (appropriazione indebita e non furto) di sospetta costituzionalità, l’introduzione di preferenze con effetti di fatto limitati vista l’esclusione dei capilista, gli unici sicuramente  eleggibili salvo che per la lista beneficiaria del premio di maggioranza ed eventualmente della seconda ammessa al ballottaggio. L’elevazione della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza al 40% non ha, nella mia opinione, un particolare significato, semplicemente perché aumenta la probabilità che il premio sia attribuito con il ballottaggio, eventualità che rappresenta la maggiore criticità della legge in relazione ai principi enunciati nella “storica” sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014. Si ha l’impressione che, piuttosto che adeguarsi a quella pronuncia, il legislatore cerchi di eluderla e soprattutto, viste le sostituzioni di giudici scaduti o di imminente scadenza, di intervenire sulla composizione della Corte Costituzionale nella speranza di un giudice delle leggi più comprensivo delle esigenze dell’esecutivo. Di contro assume un particolare significato la reintroduzione di un programma della lista e l’indicazione di un capo politico della stessa mediante quanto dispone l’articolo 14-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 come sostituito dal seguente: «ART. 14-bis. — 1. Contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica. Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione. 2. Gli adempimenti di cui al comma 1 sono effettuati dai soggetti di cui all’articolo 15, primo comma». Nella legge n.270/2005 la norma ha rappresentato il tentativo meglio riuscito, ancorché fosse previsto anche per la singola lista, di dare una dignità politica alle coalizioni e di contrastare, per tale via, l’obiezione più forte ad un sistema elettorale proporzionale: i partiti si presentavano singolarmente agli elettori per raccogliere il massimo dei consensi sui loro programmi, ma mantenendosi le mani libere dopo la proclamazione degli eletti per coalizzarsi non importa con chi e per la realizzazione di un nuovo programma comune, che poteva o non poteva avere  punti di contatto con le proposte programmatiche presentate agli elettori. Era una norma che si adattava alle coalizioni, che, in quanto destinatarie del premio di maggioranza, indicavano preventivamente il perimetro delle alleanze, il programma e il capo politico una formulazione ipocrita per indicare il candidato a presiedere il Consiglio dei Ministri: formulazione ipocrita altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di precisare, nell’ultimo periodo del comma 1 del novellato art. 14.bis del D.P.R. 361/1957 che “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione”.  Del tutto contraddittoriamente o equivocamente, una volta escluse le coalizioni di liste, viene mantenuta l’espressione al plurale “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare”. In presenza di coalizioni l’indicazione del capo politico rappresentava una sorta di anticipazione delle indicazioni che le forze politiche presenti in Parlamento avrebbero dato al capo dello Stato nelle consultazioni che precedono il conferimento dell’incarico di formare un governo, che disponga della maggioranza per ottenere la fiducia. Con una sola lista destinataria del premio di maggioranza le consultazioni e le prerogative del Capo dello Stato sono ridotte ad una cerimonia degradante nella farsa. Dopo l’invenzione di un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza -un evidente ossimoro-  abbiamo una forma intermedia di designazione del primo ministro, sconosciuta ai paesi dove il Premierato forte è consolidato da anni, per esempio il   Prime Minister britannico, d frutto di prassi consolidate del costume politico, ma il Premier in pectore  è un candidato come gli altri in un collegio uninominale e l’elezione diretta del Primo Ministro, come è stato sperimentato negativamente in Israele per un numero limitato di consultazioni. Sarebbe opportuno che si riflettesse sul fatto che una forma di governo di premierato forte, non prevista dalla nostra Costituzione, nasca indebolendo di fatto il ruolo del Capo dello Stato in una delle sue più importanti funzioni, la nomina del presidente del Consiglio, e, come dirò in seguito, dell’autorità e del prestigio della Corte costituzionale: cioè dei due massimi organi di garanzia. La forma di governo viene modificata mediante l’approvazione di una legge ordinaria, adottata da un Parlamento eletto con una legge dichiarata in punti fondamentali contraria alla Costituzione, anche se senza effetti pratici atteso l’art. 66 Cost., che colpevolmente non si è voluto modificare nel parallelo processo di revisione costituzionale. Nella nuova legge elettorale sono ignorate le indicazioni di principio date dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2014, che pure lascia la più ampia libertà al legislatore, che non è formalmente vincolato ad un determinato sistema elettorale. Quindi non è vincolato al principio “che ciascun voto contribuisca potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi (sentenza n. 43 del 1961) ed assume sfumature diverse in funzione del sistema elettorale prescelto. In ordinamenti costituzionali omogenei a quello italiano, nei quali pure è contemplato detto principio e non è costituzionalizzata la formula elettorale, il giudice costituzionale ha espressamente riconosciuto, da tempo, che, qualora il legislatore adotti il sistema proporzionale, anche solo in modo parziale, esso genera nell’elettore la legittima aspettativa che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del “peso” del voto “in uscita”, ai fini dell’attribuzione dei seggi, che non sia necessaria ad evitare un pregiudizio per la funzionalità dell’organo parlamentare (BVerfGE), sentenza 3/11 del 25 luglio 2012; ma v. già la sentenza n. 197 del 22 maggio 1979” e la sentenza n. 1 del 5 aprile 1952)”. Se il legislatore nella sua libertà non vuol essere condizionato dalla sua stessa scelta ne compia una diversa, opti cioè per un sistema elettorale maggioritario, anche il più estremo, quello vigente in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, per il quale first past the post, il primo arrivato con la maggioranza relativa  conquista il seggio, quale che sia la sua percentuale sui voti validi o la percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto. Una logica brutale ma coerente, per avere la maggioranza devi conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, attribuiti in collegi uninominali, uno per uno. Ovvero il legislatore, tenendo conto dell’articolazione politica risultante dalle percentuali del voto del maggio 2008, potrebbe optare per un maggioritario  con ballottaggio eventuale, nel caso che il candidato al primo turno non ottenga la maggioranza assoluta dei voti validi espressi, pari almeno ad un quarto degli elettori iscritti: un significativo particolare questo del maggioritario francese, che si tende a dimenticare e a ragion veduta quando si parla di ballottaggio nel nostro paese: ballottaggio sì, ma all’italiana!

 

L’elevazione della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza solo apparentemente si adegua alle sentenze della Corte Costituzionale nn. 15 e 16 del 2008, 13 del 2012 ed infine 1 del 2014, perché non ha come conseguenza, che in caso di mancato raggiungimento, si distribuiscano i seggi in modo proporzionale tenendo conto di un’eventuale soglia di accesso, che scattasse in caso di mancata  attribuzione del premio di maggioranza. La coesistenza di premio di maggioranza e soglia di accesso è a mio avviso distorsiva ed illogica. Nel caso di attribuzione di un premio di maggioranza, tra l’altro superiore (340) alla maggioranza assoluta dei seggi(316), per l’obiettivo della governabilità, l’unico che lo giustifichi, è indifferente che l’opposizione sia fortemente articolata. Il premio di maggioranza consistente in un numero fisso di seggi è a rischio di incostituzionalità per violazione dell’art. 48 Cost. in quanto è tanto più elevato quanto minore è il consenso elettorale. Chi abbia il 40% dei seggi ottiene un premio del 14% dei seggi in più, mentre una lista con il 45% si deve accontentare di un 9%.  In pura teoria sarebbe più logico un premio in seggi commisurato al consenso elettorale o in misura fissa di seggi, tale da consentire di conquistare la maggioranza assoluta. Un premio di maggioranza superiore alla metà più 1 dei seggi poteva avere un senso se attribuito a coalizioni per mettere al riparo il partito egemone dagli umori degli alleati, ma in caso di lista unica con un leader chiaramente individuato non è necessario dilatarlo eccessivamente, come è ormai abitudine nelle leggi elettorali regionali dove si sta attestando sul 60% dei seggi e più se si conta anche il seggio del Presidente della Regione. In realtà l’elevazione della soglia minima dal 37 al 40% potrebbe essere inteso come un espediente per sottrarsi con il ballottaggio eventuale proprio al requisito di una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza. Al ballottaggio sono ammesse le due liste più votate a prescindere dalla loro percentuale di voto su quelli validamente espressi e sugli aventi diritto. Non per caso nel sistema francese gioca un ruolo anche quest’ultimo dato: il ballottaggio eventuale ammette tutte le liste che abbiano raggiunto il 12,50% degli aventi diritto, cosicché sono possibili triangolari, nel 2012 nell’8% dei casi, e più eccezionalmente delle quadrangolari. Nella nuova legge elettorale –e ciò costituisce il suo maggiore ed ineliminabile difetto- gli elettori, sia individualmente come cittadini, che come percentuale di votanti rispetto agli aventi diritto al voto, sono i grandi assenti. La governabilità è un obiettivo costituzionalmente legittimo, la sentenza n. 1/2014 della nostra Corte Costituzionale è chiara sul punto, ma dobbiamo consentire che in una democrazia parlamentare rappresentativa siano i cittadini a scegliere da chi farsi governare? E anche se vogliono farsi governare da un solo patito o da una coalizione? Una percentuale del 40% dei voti validi ha un peso ed un significato molto diversi in tema di rappresentatività dei cittadini se partecipano al voto il 66% degli aventi diritto o meno del 50%. Nelle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna la percentuale di partecipazione al voto è stata inferiore al 40%. Le liste ammesse al ballottaggio devono rappresentare al primo turno ciascuna di esse una percentuale minima del voto valido o sommate degli aventi diritto per dare un significato al ballottaggio, che ben potrebbe avere una percentuale di votanti sensibilmente inferiore a quella del primo turno. Se ad un ballottaggio partecipasse meno del 50% sarebbe chiaro il significato di rifiuto della complessiva proposta politica e di candidati, capilista compresi, delle liste in competizione e in particolare delle due ammesse al ballottaggio o no? Unico rimedio in assenza di requisiti minimi di partecipazione -non inferiori al 50% degli aventi diritto- sarebbe la facoltà di modificare l’offerta politica tra il primo e il secondo turno in analogia a quanto previsto dalla legge per elezione dei sindaci. Così come è ora il ballottaggio tra liste, senza requisiti di effettiva rappresentatività e di radicamento politico e sociale è soltanto un modo surrettizio ed implicito di scegliere il Capo del Governo, capo di una maggioranza parlamentare del 55% in grado di eleggere gli stessi organi di garanzia. Una scelta ordinamentale che richiederebbe di essere esplicita e di cui, invece non vi è traccia nella parallela revisione costituzionale, che tra l’altro procede con norme dei regolamenti parlamentari di cui dubito che siano in consonanza con l’art. 138 Cost, come da nota che consegno alla Commissione.

on. avv. Felice C. Besostri

L’intervento di Anna Falcone in Commissione Affari Costituzionali

La Commissione Affari costituzionali, presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, ha svolto audizioni di esperti nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame del progetto di legge approvato, in un testo unificato, dalla Camera e modificato dal Senato, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Italicum). 15/04/2015http://webtv.camera.it/archivio?id=7781&position=0 Audizione di Anna Falcone – La proposta di legge elettorale che dovrà esser discussa, a breve, dalla Camera, si presta a una serie di eccezioni sia nel merito che nel metodo. Noi abbiamo dei parametri peraltro molto chiari che non è soltanto la Costituzione ma sono le indicazioni che ci vengono dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014 –http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do… – e anche dalle esperienze dei sistemi elettorali del passato. Da questo punto di vista vorrei evidenziare alcuni punti che tecnicamente non reggerebbero con grande probabilità a un sindacato di Costituzionalità. Innanzitutto l’assenza di una soglia di sbarramento per accedere al secondo turno qualunque sia l’interpretazione che si voglia dare a questa scelta è una violazione della Sentenza della Corte Costituzionale, uno dei suoi punti essenziali, ovvero, proprio la violazione del principio di ragionevolezza. Questo premio di maggioranza che verrebbe attribuito al secondo turno, infatti, sarebbe un premio di maggioranza estremamente elastico che in un sistema pluripartitico, come rimane quello italiano, potrebbe dar luogo ad alcuni paradossi. Immaginiamo l’attribuzione del premio, a una lista che non abbia raggiunto il 15% o anche il 20%. L’attribuzione dei parlamentari, grazie al premio, potrebbe esser superiore all’attribuzione dei parlamentari che quella lista avrebbe ottenuto al primo turno. Il divieto di coalizione al secondo turno non fa che aggravare questa situazione, quindi, ne consegue anche una violazione del principio di uguaglianza del voto e anche del principio di proporzionalità tra voto in entrata e voto in uscita. Un argomento che sollevava il Professor Buzzetta e che credo vada ripreso riguarda proprio il valore che il cittadino elettore da al voto e che effettivamente cambia dal primo al secondo turno. Proprio in ragione del fatto che l’elettore consapevole al secondo turno va a votare per il Governo e non si aspetta più una rappresentanza, soprattutto che abbia votato per una lista diversa, il ballottaggio dovrebbe riequilibrare questa prospettiva garantendo quantomeno una soglia di accesso per poter accedere al secondo turno. Un altro aspetto critico riguarda i capilista bloccati. Qui bisogna richiamare quanto diceva prima l’ Avvocato Besostri; noi abbiamo un problema che prima ancora della scelta sul sistema elettorale riguarda la scelta sulla selezione delle candidature. E’ un problema che permane sia in caso di liste bloccate sia in caso dei candidati che si andranno a eleggere con le preferenze. Da questo punto di vista, analizzando anche come hanno funzionato i previgenti sistemi elettorali, pare che questa proposta di legge assuma il peggio delle due formule. Per quale motivo ? Perché i capilista bloccati non sono suffragati, necessariamente con dei sistemi che valgano per tutti i partiti e movimenti politici che partecipano a elezioni di sistemi di selezione democratici. Noi non abbiamo una legge sulle primarie, i partiti e i movimenti politici che partecipano alle elezioni hanno dei meccanismi interni di organizzazione che sono più o meno democratici. Ma le ultime esperienze ci hanno dimostrato come la selezione delle candidature rimanga una selezione delle candidature praticamente opaca, quindi, di fatto, gli elettori si troveranno a partecipare a delle elezioni il cui il capolista è bloccato , può esser candidato, per come è adesso il testo, fino a dieci collegi, quindi c’è anche una violazione del voto diretto, perché io fino all’ultimo, fino a quando non saprò quale sarà il collegio per la quale opterà il candidato eletto, non saprò neanche a chi effettivamente andrà il mio voto, quindi con ulteriore violazione di uno degli aspetti centrali della sentenza n. 1 del 2014 , anche per l’elezione dei candidati potenzialmente eleggibili con le preferenze non si supera il problema delle preferenze fiume o comunque del voto clientelare che aveva determinato in passato, appunto, l’eliminazione del sistema delle preferenze. Rimane centrale nel nostro sistema a prescindere dalla scelta del meccanismo elettorale, una attuazione dell’articolo 49 – “ Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” – una garanzia del metodo democratico all’interno dei partiti che continua ad essere il nodo sul quale il parlamento continua a non volersi pronunciare. Noi abbiamo un accenno, nella normativa che ha eliminato il finanziamento pubblico ai partiti, la numero 13 del 2014, che però è una misura assolutamente eventuale, perché impone ai partiti politici e ai movimenti che vogliano accedere al finanziamento tramite il 2 per mille, di avere al loro interno uno statuto democratico, ma l’indicazione che da legge dei contenuti di democrazia che devono essere nello statuto sono ancora molto vaghi e sicuramente la garanzia della democrazia organizzativa, e quindi anche del metodo di partecipazione alla politica tramite i partiti non può esser lasciato una legge che stabilisca i criteri di accesso al finanziamento piuttosto che a una legge che finalmente garantisca i diritti politici e di rappresentanza politica dei cittadini prima e a prescindere dalle elezioni, prima e a prescindere dal finanziamento alle attività politiche dei partiti e dei movimenti politici. C’è un problema che ovviamente riguarda anche il modo in cui noi intendiamo il principio democratico . Chiunque di noi abbia studiato diritto costituzionale o abbia avuto la fortuna e l’onore di insegnare diritto costituzionale nelle università sa che il principio democratico impone che una democrazia è tale se una maggioranza, auspicabilmente reale, Governa il paese, e la minoranza esercita i poteri di controllo e le funzioni di garanzia, no se il cittadino sa, la sera delle elezioni, o quella prima a volte, chi vince e chi perde. Il premio di maggioranza, non solo e non tanto quello che viene attribuito al primo turno ma soprattutto quello che viene attribuito al secondo turno falsa questi equilibri e di fatto finisce per introdurre un premierato, quindi per modificare la forma di Governo a Costituzione invariata. Questo distorce anche il senso e il significato delle maggioranze che erano state richieste per l’elezione degli organismi di garanzia. Voglio fare un esempio che non è stato fatto fin’ ora; anche per modificare i regolamenti parlamentari. E mi richiamo ad una violazione di metodo, ma di rilievo costituzionale, che è stata fatta durante la votazione di questo testo al Senato. Tutti conosciamo la vicenda del super emendamento presentato dal Senatore Esposito che conteneva in se gli aspetti essenziali di questa proposta di legge e che ha determinato un effetto caducatorio di tutta una serie di emendamenti non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza. Io ritengo che questa sia una procedura assolutamente da evitare anche alla Camera perché viola nella sua sostanza , non solo nell’aspetto formale, l’articolo 72 quarto comma . Ma se questa legge dovesse passare e, mettiamo il caso, dovesse arrivare al Governo una maggioranza espressione di una sola lista quindi fondamentalmente al ballottaggio, quindi di una minoranza del paese che rappresenti in quel momento la maggioranza relativa, la maggioranza espressione del Parlamento avrebbe la possibilità di modificare anche i regolamenti parlamentari. Fissando, cristallizzando questa procedura anche in violazione, eventualmente, dell’articolo 72 quarto comma. E’ un rischio lontano? Io che nel momento in cui si analizza con tanta attenzione una legge elettorale bisognerebbe evitare certi rischi e fare in modo che venga impedito quello che è un malcostume che molto spesso si realizza nel nostro ordinamento. Cioè che nel passaggio da le fonti principali, dalla Costituzione alla legge ordinaria alle fonti attuative, le fonti attuative e anche una fonte di primo gradi quali sono i regolamenti parlamentari, finiscano per svuotare di significato quelli che sono i principi democratici del nostro ordinamento.

ENRICO LETTA A CAGLIARI A PRESENTARE IL SUO LIBRO

Di Antonella Soddu

Poteva essere campagna elettorale. Anche in Sardegna si vota per le comunali. Non lo è stata. Poteva esser un’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Non lo è stata. Infondo, in quella sala gremita di gente venuta ad ascoltarlo, ha confermato tutte le attese di chi ieri, a Cagliari, ha avuto modo di assistere alla prima nazionale del libro di Enrico Letta -“Andare insieme, andare lontano”. Poi leggi un trafiletto che come sottotitolo dell’opera – “Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano, devi farlo insieme”. Un vecchio proverbio africano che ti riporta alla realtà e, per coloro che hanno occhio e pensiero politico certamente non può che apparire chiaro un sottile riferimento al suo successore. Ma Enrico Letta, e questo certo non si può negare, ha ancora tutto il carattere del buon politico il cui ingrediente principale è la diplomazia, dialettica pacata e rispetto per l’avversario – che in questo caso non ha nel capo condominio Pd. Dicevo, Enrico Letta, con quel suo fare signorile, ha risposto a tutte le domande anche quelle sull’attuale premier Renzi, con classe. E’ tornato a dire –“ma no, con Renzi i rapporti son sereni”. Certo, tra il termine “sereni” e quel trafiletto non possiamo non pensare ai fatti degli ultimi mesi, a partire da quel famoso cambio di guardia funestato da un frettoloso, freddo passaggio di consegne dal professore, all’alunno col ghigno sotto il naso – “hai visto, ti avevo detto di star sereno!”. Presidente, come mai ha scelto la Sardegna per la prima nazionale della presentazione del suo libro – “Ho concluso i capitoli del mio libro proprio ricordando “la saggezza dei contadini della Gallura”, perché ho origini sarde e da queste voglio ripartire. Mia nonna materna era di Porto Torres. L’ex Presidente del Consiglio ed esponente del Pd è dunque tornato a dire la sua a un anno dalla fine del suo mandato, l’ha fatto, appunto, scegliendo la Sardegna e precisa- “il senso di quei muretti non è l’elogio alla lentezza ma alla necessità di fare le cose fatte bene”. Letta si sofferma sui tanti temi caldi di questi giorni; il superamento del bicameralismo perfetto, la legge elettorale, mare nostrum, Jobs Act, economia, sociale, etc; la chiacchierata che vien fuori, denota tutta la sua capacità diplomatica. “Resto ancora convinto che sia necessario superare il bicameralismo era nel programma della Commissione ai tempi del mio Governo e lavoro affinché possa esserci una buona riforma in quella direzione ma – dice – non si può usare lo stesso metodo usato per usato per altri atti di Governo per fare le riforme istituzionali.” Certo, se di velocità si deve parlare ebbene usarla, seppur in maniera controllata, su temi come economia, sociale, istruzione – “a un certo punto mettere fine a ogni discussione e decidere, l’ho fatto anch’io quando ero premier, ma non su temi importanti come le riforme. Occorre soffermarsi e riflettere ricordando che quelle fatte nel 2001 e nel 2005, da centro sinistra e da centro destra poi, sono state entrambe un fallimento”. Sulla legge elettorale e sulle sostituzioni dei 10 parlamentari della minoranza Dem sostituiti sull’evidenza che la stessa passerà con la sola maggioranza del Pd, Enrico Letta, augura che si trovi una soluzione perché si evitino spaccature preoccupanti che potrebbero lasciare strascichi difficili da ricucire. “Per me – dice – la miglior legge elettorale è il Mattarellum.” L’Italia può farcela afferma Letta, deve solo saper cogliere gli effetti del “quantitative easing” di Mario Draghi –“Con il calo del cambio euro/dollaro, tassi d’interesse al minimo, expo, giubileo, tutte occasioni da non perdere, possiamo farcela”. Una leggera smorfia si scorge sul suo viso quando gli è posta la domanda sul Jobs Act – aiuterà la ripresa? “Vediamo gli effetti concreti. Certo, è un primo passo ma dobbiamo anche migliorare, aggiungere le riforme sulla contrattazione e al rappresentanza, riformare i centri per l’impiego, qualcosa di più concreto mirato a favorire l’occupazione giovanile.”. A chi gli fa notare la contraddizione a proposito della notizia diramata dalla società Manpower secondo cui 1500 giovani hanno rifiutato un posto di lavoro all’ expo, che poteva vale uno stipendio dai 1000 ai 1200 euro, e la risposta di tanti giovani e non disoccupati che hanno risposto di aver inviato il curriculum e di non aver avuto risposte, nemmeno per un primo colloquio, Letta risponde che – “occorre creare le azioni corrette che se intersechino tra la domanda e l’offerta, quindi una riforma che passi dai CSL gestiti dalle Province, all’agenzia nazionale del lavoro.” Si mostra concorde sul fatto che Garanzia Giovani non stia dando gli effetti sperati – “Una scelta infelice a partire dal nome – garanzia – che facesse sperare in qualcosa di sicuro, cosi non è”. Sulle polemiche seguite al naufragio sulle coste libiche – “serve un Mare Nostrum europeo, pattugliamento e salvamento a mare e per farlo serve un intervento dell’ Onu, e spero che il Consiglio europeo straordinario assuma decisioni concrete.” Insomma Letta può esser l’anti Renzi? “Non mi sto candidando a niente, ho fatto una scelta di vita e credo che dopo 15 anni di parlamento sia giusto cosi. Ho voluto scrivere questo libro sotto la logica del superamento delle vicende di un anno fa, non cerco rivincite personali. Vede, è importante capire che ciò possa anche fare al paese e allo stesso Pd. Non servono, non sono utili a nessuno i personalismi e le contrapposizioni tra i singoli. Il mio non è un addio alla politica, anzi, è una scelta compatibile con la politica”. Concludendo, abbiamo trascorso una bella serata con Letta. Letta chi? Quel signore con stile e, forse, con tanto carattere più di quanto ci si potesse aspettare.